Intesa SanPaolo, Giovanni Bazoli è il "rivincitore"
Intesa SanPaolo, Giovanni Bazoli è il "rivincitore"
Economia

Intesa SanPaolo, Giovanni Bazoli è il "rivincitore"

Licenziato Cucchiani da Intesa (e salvato il debitore Zaleski), Giovanni Bazoli è sempre in gioco

Ma come, i salotti buoni della finanza non stavano chiudendo i battenti? Forse il Financial Times ha stappato champagne troppo presto, perché nello spazio di un fine settimana il capitalismo oscuro, che nell’ombra determina le grandi scelte, ha schioccato un bel colpo di frusta. Mentre le Generali e la Mediobanca faticano a dipanare le loro ingarbugliate matasse, Giovanni Bazoli, presidente dell’Intesa Sanpaolo, defenestra l’amministratore delegato Enrico Cucchiani e ricomincia a tessere la sua tela, salva Romain Zaleski, amico di tante battaglie finanziarie, e riapre i dossier più urticanti: Telecom Italia, Alitalia, Pirelli, Ntv (la società ferroviaria di Luca di Montezemolo in seria difficoltà).

«Sono un banchiere per caso che ha cercato di operare per il bene comune. La mia forza è il distacco»: una delle poche volte in cui ha ceduto al vezzo dell’autobiografia, Bazoli si è descritto così, racconta il giornalista e scrittore Giancarlo Galli. Sarà. Ma per difendere il suo bagaglio di relazioni e il suo potere nella banca creata pezzo dopo pezzo fin dal 1982 non ha agito né per caso né con distacco.

Si annunciano tempi turbolenti in borsa (l’Intesa ha perso oltre 11 punti in una settimana) e in politica. Così, a 81 anni, Nanni, come lo chiamano gli amici, riattiva i suoi molteplici terminali, dalla finanza ai giornali, dall’industria al governo. C’è sempre stata un’affinità tra cicli politici e scelte importanti nella storia dell’Intesa, come per la fusione con il Sanpaolo, maturata dopo la vittoria di Romano Prodi nel 2006, che ha dato il via a Unicredit-Capitalia e Mps-Antonveneta. Anche negli ultimi eventi si nota un parallelismo evidente. Sabato 28 settembre Silvio Berlusconi annuncia le dimissioni dei ministri del Pdl. Bazoli chiama i suoi azionisti, il fido alleato Giuseppe Guzzetti della Fondazione Cariplo, l’ex sindaco di Torino (Ds) Sergio Chiamparino che guida la Compagnia di Sanpaolo, il presidente del consiglio di gestione, l’economista Gian Maria Gros-Pietro, e comunica loro che bisogna accelerare le operazioni. Nel pomeriggio di domenica, così, si consuma la breve stagione di Cucchiani, un uomo che voleva farsi re, anche lui come Daniel Dravot nella novella di Rudyard Kipling. Al suo posto va Carlo Messina, dirigente interno.

Davvero il manager manovrava per scalzare il presidente? Mettiamo in fila i fatti. Fonti che conoscono la banca parlano di lesa maestà, condita con qualche sgarbo vero e proprio. L’amministratore delegato è stato designato dopo le dimissioni di Corrado Passera il 16 novembre 2011, che hanno colto tutti di sorpresa. Bocconiano, ex McKinsey, fin dall’inizio ha interpretato in modo ampio il proprio ruolo. Troppo per la tecnostruttura interna, con la quale è entrato in conflitto, tanto da dover portare un manipolo di fidi. E il presidente, devoto alla cultura del consenso, ha ascoltato i lamenti che si levavano in Ca’ de Sass.

Molti sostengono che il primo vulnus risalga addirittura alle telefonate galeotte con Luigi Bisignani, dalle quali spunta il ruolo di Cucchiani dentro l’Unicredit (era nel consiglio di amministrazione in rappresentanza dell’Allianz) nella caduta di Alessandro Profumo. Le chiacchiere sono state intercettate nel settembre 2010, ma escono sui media il 23 novembre 2011, quando il nuovo capoazienda non è pienamente operativo. A Bazoli sorge il dubbio di avere sbagliato. Del resto, sa che il suo candidato fa parte di un mondo diverso, è vicino alla finanza laica, membro della Trilateral, «ça va sans dire», e ha giocato di sponda con Fabrizio Palenzona. Però non può sconfessare se stesso. Poi arrivano tutti quei viaggi all’estero, in particolare in Germania (e non solo per la residenza a Monaco di Baviera): corre voce che stia cercando un socio importante per ridimensionare le fondazioni azioniste della banca, soprattutto la Sanpaolo con il 9,7 per cento e la Cariplo con il 4,9. Per di più Cucchiani è sensibile alle critiche di Mario Draghi sulla barocca governance: un consiglio di sorveglianza dove siedono gli azionisti e un consiglio di gestione per i manager, impalcatura voluta e difesa proprio da Bazoli.

Tuttavia la fatidica goccia ha un nome sulfureo: Romain Zaleski, il finanziere francopolacco che ha costruito in quasi vent’anni un rapporto stretto quanto singolare con il «banchiere per caso». Usando la Carlo Tassara (ex acciaieria bresciana) si è lanciato in spericolate manovre per conto proprio e per sostenere Bazoli. La società è azionista della Mittel, la finanziaria che fa capo al presidente dell’Intesa, e la banca ha finanziato le avventure di Zaleski prestandogli 1,8 miliardi. «Il credito non gliel’ho dato io» sbotta Cucchiani il 18 settembre a Cernobbio. E capisce di aver sbagliato solo quando è troppo tardi.

Errore su errore, prende in mano le partecipazioni delicate prima gestite da Gaetano Miccichè, il direttore generale che Passera avrebbe voluto come successore, con l’intenzione di liquidarle, sia pure con calma. Sono fonte di perdite, però con esse si entra nel grande mercato delle influenze, dove le azioni si pesano, non si contano.

La battuta risale a Enrico Cuccia, ma Bazoli non è così diverso dal patron della Mediobanca; non a caso sono sempre stati in competizione per l’egemonia. La differenza di fondo è la politica. Mentre Cuccia ne diffidava (soprattutto della Democrazia cristiana), l’avvocato bresciano la inzuppa nel caffellatte. Il nonno Luigi fu uno dei fondatori del Partito popolare, il padre deputato alla Costituente, e lui è tra gli ultimi esponenti di quella cultura cattolica: scoperto da Beniamino Andreatta, spinse Romano Prodi a sfidare Berlusconi nel 1996.

Negli ultimi tempi il suo fiuto si è appannato. Enrico Letta, un altro figlioccio di Andreatta, è in panne. Non è andato a buon fine il sostegno a Umberto Ambrosoli contro Roberto Maroni per la Regione Lombardia. La poltrona di presidente è rimasta a lungo in bilico, visti i rilievi della Banca d’Italia sul sistema duale, e s’è allentata la presa in Rcs, sotto l’offensiva di John Elkann e dopo la rottura con Diego Della Valle. Acqua passata?

Tutti adesso si chiedono se questa vittoria è il canto del cigno. In banca Bazoli dovrà rivedere la governance: è il pegno che i piemontesi gli faranno pagare. Ma sarà giudicato soprattutto dalle partite di potere. Dentro il Corriere della sera, per esempio, manterrà il «droit de régard», il diritto di «sorveglianza» sul direttore? Intanto, mentre Cucchiani firma una buonuscita di 4,5 milioni di euro, si chiude l’accordo con la Tassara, dove il vecchio banchiere aveva inviato Pietro Modiano, suo uomo di fiducia. Zaleski ha ottenuto tre anni di tempo per ripagare 2,1 miliardi all’Intesa e agli altri creditori. Troppo importante per fallire. Una cosa è certa, il Nanni è in plancia di comando. 

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