Crisi di governo, le misure economiche a rischio
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Crisi di governo, le misure economiche a rischio
Economia

Crisi di governo, le misure economiche a rischio

Ddl concorrenza, riforma degli uffici di collocamento e nuove norme per gli statali. Ecco i provvedimenti che potrebbero saltare per sempre

Riforma dei contratti degli statali, delle banche popolari, degli uffici di collocamento e misure a favore della concorrenza. Sono i principali provvedimenti economici del governo Renzi che devono ancora arrivare al traguardo. Ma ora rischiano di naufragare per sempre, vista la crisi di governo in atto e la possibilità di una interruzione anticipata della legislatura. Ecco, di seguito, una panoramica sulle leggi e i decreti che potrebbero andare in fumo.

Ddl concorrenza

Ha avuto un difficile travaglio in Parlamento e ora rischia seriamente di finire nel dimenticatoio. Stiamo parlando del disegno di legge (ddl) per la concorrenza, un provvedimento che ha lo scopo di portare un po' di liberalizzazioni in vari settori, dalle assicurazioni all'energia, dalle banche ai trasporti. Partito nel febbraio 2015, ha avuto un primo stop con le dimissioni dell'ex-ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi. Poi il pressing delle lobby ha fatto sì che il testo venisse modificato e attraversasse un iter parlamentare lungo ben 20 mesi. E così, si è arrivati ai giorni nostri senza l'approvazione definitiva di questo disegno di legge (manca il via libera del Senato). Ora, con la crisi di governo, c'è la possibilità concreta di un siluramento definitivo.

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Pubblico impiego

Sul fronte del pubblico impiego il governo Renzi aveva diverse partite ancora aperte. La prima riguarda uno dei decreti attuativi della riforma della pubblica amministrazione che porta la firma del ministro Madia. Si tratta della norma anti-assenteisti che era stata bocciata dalla Corte Costituzionale e doveva essere riscritta. Anche in questo caso, la crisi di governo complica le cose. Le stesse considerazioni valgono per il Testo Unico del Pubblico Impiego, un provvedimento con cui il governo doveva dare attuazione all'accordo-quadro firmato alla fine di novembre con i sindacati. Si tratta di una norma che rivede il contratto degli statali ridefinendo gli scatti di anzianità, il welfare integrativo e i premi di produttività. Tutto rischia di andare a monte.

Riforma del collocamento

Il Jobs Act, la riforma del lavoro del governo Renzi, prevede anche la riorganizzazione dei Centri dell'Impiego, cioè gli uffici di collocamento oggi in mano alle regioni. Le loro competenze dovevano essere progressivamente spostate sotto la supervisione del governo centrale, soprattutto dopo la creazione dell'Anpal, l'agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro presieduta dal giurista Maurizio del Conte. Questo organismo doveva coordinare tutti i servizi di collocamento per i disoccupati ma ora, con la crisi di governo e soprattutto con la vittoria del No al referendum, rischia seriamente di avere le ali tarpate. Le regioni mantengono infatti le loro competenze esclusive nel sostegno ai disoccupati e nella gestione dei Centri per l'Impiego.

Banche

Oltre alla necessità di sostenere il Monte dei Paschi di Siena in una futura ricapitalizzazione, il governo uscente si trova di fronte all'intricato bandolo della matassa della legge sulle banche popolari. Un anno e mezzo fa, l'esecutivo ha approvato una riforma che ha imposto di trasformarsi in società per azioni alle maggiori banche popolari italiane. C'è però un ricorso pendente alla Corte Costituzionale che potrebbe mandare all'aria tutto. In tal caso, ci vorrebbe una correzione della norma che difficilmente potrebbe essere attuata con una interruzione della legislatura o con una crisi politica prolungata.

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