E se l'Europa disertasse la cerimonia del Nobel a Oslo (per malattia)?
E se l'Europa disertasse la cerimonia del Nobel a Oslo (per malattia)?
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E se l'Europa disertasse la cerimonia del Nobel a Oslo (per malattia)?

Aperto il dibattito su chi dovrà rappresentare il continente. Troppi candidati, nessuno davvero rappresentativo, e qualche paradosso

L’Europa dei popoli e delle regioni, delle autonomie e dei provincialismi, della (dis)integrazione politica, religiosa, culturale e economica. L’Europa degli egoismi. Il Nord e il Sud, i dentro e i fuori l’Unione Europea, l’Est e l’Ovest, l’Europa atlantica e quella mediterranea. I ricchi, i poveri… Già, quale Europa andrà a Oslo a ricevere il Nobel per la Pace? Chi ci andrà? Il dibattito, il “duello” lo definisce Repubblica, è aperto. Adesso c’è persino un eccesso di auto-compatimento, di petulanza autolesionista degli europei verso se stessi. C’è silenzio se non sarcasmo in Gran Bretagna, che si sente (e se ne vanta) più atlantica che europea. C’è troppa retorica europeista, e anti-europeista in Francia e in Italia. C’è il consueto, gelido pragmatismo un po’ mesto e assai calvinista in Germania.

Qual è, quale sarà a Oslo, il volto rappresentativo dell’Europa? Secondo il protocollo non dovrebbero esservi dubbi: il presidente dell’Unione Europa, l’ex premier belga Hermann Van Rompuy, gentiluomo serio e competente, amico dell’Italia e buon mediatore delle svariate pulsioni continentali. Ma è pressoché sconosciuto agli europei (perché non saggiare la percentuale di cittadini della UE in grado di ricordare il nome del loro presidente?). Van Rompuy è stato scelto dai capi di governo della UE proprio per non fare ombra a nessuno. A cominciare da Angela Merkel e dall’allora presidente francese, Nicolas Sarkozy. L’Italia aveva sì proposto Tony Blair, con ben altro curriculum e con popolarità e carisma adeguati all’incarico. Ma Blair aveva troppi titoli, occorreva una figura più defilata e malleabile.

Van Rompuy, quindi. C’è poi l’ex premier portoghese e attuale presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso. E il presidente di turno della stessa UE, il cipriota Demetris Christofias, comunista, presidente di un paese diviso dal muro d’odio tra greci e turchi (che Christofias neppure lo riconoscono). E c’è Lady Catherine Ashton, portavoce britannica della inesistente politica estera dell’Unione. E c’è il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, presidente dell’Europarlamento, unico organismo eletto da tutti gli europei. Volendo, c’è pure l’Europa tecnocratica di Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea. E ci sono i leader dei grandi Paesi ognuno dei quali conta più di tutti quelli che abbiamo citato finora. Angela Merkel sopra tutti (über alles), severa mamma dell’Europa. Altro papabile, per via dell’attinenza dei diritti umani alla pace, sarebbe Thobjorn Jagland, norvegese, segretario generale del Consiglio d’Europa, al quale però viene rimproverato un conflitto di interessi: presiede il comitato che ha assegnato il Nobel per la Pace all’Europa, per di più grazie all’assenza per malattia di uno dei componenti, Agot Valle, ex deputata socialista e ex vicepresidente dell’Associazione “No all’Europa” (!).

Forse converrebbe procedere per sorteggio, a scanso di possibili siparietti se la decisione dovesse prenderla il Consiglio Europeo riunito a Bruxelles (si metteranno a litigare anche su chi andrà a Oslo?). E si potrebbe sempre non andare a ritirarlo, il Nobel. Lasciare la sedia vuota per malattia (grave) dell’Europa, perché l’Europa è tuttora come la vedeva (e sintetizzava) il filosofo socialista e antifascista Giuseppe Rensi: “Inestricabilità. Conflitto. Caos”.

Ma anche Nobel.    

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