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La morsa jihadista stringe ancora il Mozambico

Le forze ruandesi presenti nel Paese hanno ucciso almeno 30 jihadisti. L'Unione europea intanto ha approvato una missione, ma la situazione resta preoccupante

Non si placa la situazione in Mozambico. Le forze ruandesi presenti nel Paese hanno ucciso almeno trenta miliziani jiahdisti nei pressi di Palma. A riferire la notizia è stata, nelle scorse ore, la Bbc. La medesima fonte ha sottolineato che circa mille soldati ruandesi siano arrivati in loco lo scorso 9 luglio, su richiesta dello stesso Mozambico. Ricordiamo che, a fine giugno, la Comunità di sviluppo dell'Africa meridionale abbia anche approvato il dispiegamento di una forza militare nella provincia di Cabo Delgado, stanziando un budget di circa 12 milioni di dollari: una forza militare che punta ad aiutare le autorità locali ad arginare la sanguinosa insurrezione islamista, in corso dal 2017 nel Nord del Paese.

Le azioni violente sono condotte dal movimento Al-Shabab (affiliato allo Stato islamico, ma da non confondersi con l'omonimo gruppo somalo) e hanno finora portato a oltre 2.500 vittime e a quasi 800.000 sfollati. Si tratta di un contesto particolarmente complesso che, come evidenziato a maggio dal settimanale francese Le Point, presenta cause articolate. Da una parte, si scorge un nodo regionale, con svariate reti islamiste che –a causa della pressione subita in Tanzania e Kenya– si sono spostate nei territori settentrionali del Mozambico. Dall'altra, si registra un problema di carattere socioeconomico, considerato il divario di ricchezza che, nel Paese, divide il Sud dal Nord (le due aree presentano rispettivamente un tasso di povertà del 19% e del 68%). E' quindi chiaro che, in questo quadro, sia venuto sviluppandosi il brodo di coltura che ha portato all'insurrezione.

Alla luce di tutto ciò, l'Unione europea, lo scorso 12 luglio, ha dato formalmente il via a una missione militare per soccorrere il Paese. "L'obiettivo della missione", si legge in un comunicato del Consiglio dell'Unione europea, "è formare e sostenere le forze armate mozambicane nella protezione della popolazione civile e nel ripristino della sicurezza e della protezione nella provincia di Cabo Delgado". "Il mandato della missione", prosegue la nota, "sarà inizialmente di due anni. Durante tale periodo, il suo obiettivo strategico sarà sostenere lo sviluppo di capacità delle unità delle forze armate mozambicane che faranno parte di una futura forza di reazione rapida". "In particolare", si legge ancora, "la missione fornirà formazione militare che comprende preparazione operativa, formazione specializzata sulla lotta al terrorismo come anche formazione e istruzione sulla protezione dei civili e sul rispetto del diritto internazionale umanitario e del diritto in materia di diritti umani".

Sponsorizzata principalmente dal Portogallo (di cui il Mozambico è stato colonia fino al 1975), la missione ha raccolto fin da subito il sostegno di alcuni Paesi europei in particolare: soprattutto Italia e Francia. Due Paesi che, non a caso, hanno degli interessi nell'area. Ricordiamo infatti che l'Eni operi sul territorio dal 2006, mentre Total si è temporaneamente ritirata lo scorso aprile a causa della crescente instabilità dovuta agli attacchi jihadisti. Questi elementi mettono quindi in evidenza come Roma e Parigi necessitino di riportare la situazione interna mozambicana a una maggiore stabilità. Va anche ricordato che, per lungo tempo, il presidente, Filipe Nyusi, si fosse opposto a interventi dall'estero, temendo ripercussioni per la sovranità dello Stato e limitandosi a ricorrere ad alcune centinaia di mercenari russi (oltre che a contenute operazioni di addestramento da parte di Stati Uniti e Portogallo). Negli ultimi mesi ha tuttavia cambiato linea, probabilmente anche dietro pressione di Parigi e a causa del persistere degli attacchi islamisti. Attacchi che, oltre al dramma umanitario, stanno comportando seri problemi economici per il Paese africano.

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