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Gli errori di Obama e Biden sopra Kabul

Il fallimento afghano è frutto di errori strutturali e chiama in causa dinamiche complesse. Tuttavia le responsabilità dei due presidenti democratici sono considerevoli

La tragedia che si sta consumando in Afghanistan pone seri interrogativi sull'origine di un simile fallimento. Un fallimento innanzitutto umanitario, ma che rischia di colpire anche l'immagine internazionale degli Stati Uniti. Le analogie tra la caduta di Kabul e quella di Saigon sono infatti sotto gli occhi di tutti. Ed è allora ineluttabile domandarsi il perché si sia giunti a questo punto.

In primis, uno dei principali problemi è andato a risiedere – un po' come ai tempi del Vietnam – nella confusione degli obiettivi di questa guerra. In origine, l'intervento militare era finalizzato allo smantellamento dei campi di addestramento dei terroristi, a colpire al-Qaeda e a catturare Osama bin Laden. Tuttavia, nell'aprile del 2002, l'allora presidente americano, George W. Bush, manifestò la volontà di procedere con un'azione di nation building: gli Stati Uniti, in altre parole, avrebbero energicamente contribuito a creare un governo afghano democratico e in linea con gli standard liberali occidentali.



Attenzione: non bisogna incorrere nell'errore di giudicare frettolosamente e con il senno di poi quest'obiettivo. Al netto dei limiti, tale strategia era infatti finalizzata a rendere l'Afghanistan non solo un posto sicuro sotto il profilo umanitario (basti ricordare la condizione delle donne sotto il precedente emirato dei talebani), ma anche ad evitare che il territorio tornasse a rivelarsi un ricettacolo di terroristi: un'esigenza che mirava ovviamente a tutelare la sicurezza nazionale americana. I problemi sono tuttavia pesantemente sorti all'atto pratico. Secondo quanto riportato a dicembre 2019 dal Washington Post, gli Stati Uniti hanno investito circa 133 miliardi di dollari "per la ricostruzione, programmi di aiuti e le forze di sicurezza afghane".

Una cifra senza dubbio considerevole, ma che ha finito con l'essere impiegata in modo sbagliato e inefficiente. Da una parte, la corruzione è cresciuta nel governo di Kabul, mentre – dall'altra – le truppe afghane addestrate non sono mai riuscite effettivamente a fare a meno del supporto (soprattutto aereo) degli Stati Uniti. Questa situazione ha creato due problemi fatali. In primo luogo, si è registrata una disaffezione crescente nei confronti del governo di Kabul da parte di ampi settori del popolo afghano: il che ha politicamente rafforzato il fronte talebano. In secondo luogo, l'eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti ha reso le forze di sicurezza afghane impreparate ad affrontare da sole l'avanzata dei miliziani: il che spiega – almeno in parte – la rapidissima conquista dei talebani avvenuta nelle scorse settimane. Non solo: perché – sotto questo punto di vista – si registra un'ulteriore conseguenza drammatica: ingenti quantitativi di materiale bellico fornito dagli americani al governo di Kabul stanno infatti cadendo nelle mani dei miliziani.

In un simile quadro, la mancanza di obiettivi chiari ha reso complicato anche riconoscere la natura esatta del conflitto. Lo scenario di un'insurrezione talebana era infatti stato scarsamente previsto. Il che ha portato Washington ad aprire prematuramente il fronte iracheno, impegnando così gli americani contemporaneamente in due conflitti insidiosi. Il grande problema statunitense in Afghanistan non è d'altronde mai stato legato alle operazioni militari di grandi dimensioni, ma alla gestione di una efficace strategia di contro-insurrezione. Se le attività belliche si erano di fatto concluse a favore di Washington già nei primi cinque mesi – a cavallo, cioè, tra il 2001 e il 2002 – sono state soprattutto quelle di contro-insurrezione ad impegnare gli Stati Uniti in quello che è diventato il conflitto più lungo della loro storia (quasi vent'anni).

Ebbene, alla luce di questa serie di errori, è arrivato il momento di concentrarsi su chi debba essere considerato responsabile. A ben guardare, la quota principale di responsabilità va imputata alle presidenze di Bush e Barack Obama: le presidenze, cioè, che hanno maggiormente insistito sul nation building, non rendendosi conto degli errori che venivano compiuti sul campo. Ricordiamo, tra l'altro, che il picco di truppe americane in Afghanistan si sia verificato tra il 2009 e il 2011: nel corso, cioè, del primo mandato di Obama alla Casa Bianca. Quell' Obama che, negli ultimi anni di presidenza, aveva invece avviato il ritiro. Il punto è che, come sottolineato dallo stesso Washington Post, i principali errori nella strategia di contro-insurrezione furono commessi proprio dall'allora presidente democratico. Obama accelerò infatti il processo di nation building, per dare inizio al ritiro delle truppe il prima possibile (un ritiro che – ricordiamolo – ebbe graduale inizio tra il 2011 e il 2012). Ciò ha comportato un immane investimento economico da parte degli Stati Uniti: un investimento che non è tuttavia andato di pari passo con la costruzione di un governo afghano solido, efficiente e trasparente. Come si può notare il problema non è mai stato militare in senso stretto, ma politico. Il nation building richiede tempo e la sua improvvida accelerazione si è alla fine rivelata come un favore (indiretto) ai talebani.

Certo: c'è chi dice che il collasso odierno sia in realtà una conseguenza di Donald Trump e del suo accordo, siglato con gli stessi talebani, nel febbraio del 2020. Indubbiamente quell'intesa presenta degli aspetti controversi, a partire da una malcelata volontà di ritirarsi senza troppa attenzione al futuro afghano. Ciò detto, vanno anche fatte delle considerazioni. Trump è arrivato alla Casa Bianca quando la guerra stava per entrare nel suo sedicesimo anno e il futuro continuava a rivelarsi nebuloso. Per quanto l'allora presidente repubblicano avesse (di poco) aumentato il numero dei soldati americani in loco all'inizio del suo mandato, va anche ricordato che avesse vinto le elezioni sulla scia della promessa di porre un freno alle cosiddette "guerre senza fine": guerre di cui l'Afghanistan rappresentava in qualche modo l'archetipo. D'altronde, proprio il fatto di non aver in precedenza mai ricoperto incarichi istituzionali, aveva portato Trump ad incolpare per quei conflitti interminabili i "professionisti della politica", puntando specificamente il dito contro Bush, Obama e i Clinton. L'allora presidente repubblicano muoveva inoltre da una prospettiva realista che guardava (forse non del tutto a torto) con estrema diffidenza agli esperimenti di nation building.

Il discorso è invece differente per Joe Biden. L'attuale inquilino della Casa Bianca è stato innanzitutto vicepresidente dello stesso Obama. E, per quanto nei dibattiti interni all'amministrazione di allora non abbia sempre concordato con il suo principale in materia di politica afghana, ne ha alla fine condiviso le scelte a livello pubblico. In tal senso, Biden è da considerarsi corresponsabile della strategia fallimentare di nation building portata avanti da Obama, soprattutto – come abbiamo visto – negli anni del suo primo mandato. Contrariamente a quanto qualcuno oggi sostiene, l'attuale presidente non ha quindi meramente ereditato una situazione pregressa, perché quella situazione – in passato – ha quantomeno contribuito a crearla. In secondo luogo, va ricordato che, lo scorso giugno, l'intelligence statunitense riportò come molto probabile l'ipotesi che i talebani fossero in grado di abbattere il governo di Kabul nel giro di sei mesi. Davanti a un simile scenario, l'attuale presidente ha comunque deciso di proseguire imperterrito con il sempre più precipitoso ritiro, rinunciando a mantenere una presenza militare con funzione deterrente e conferendo così indirettamente ulteriore vigore ai miliziani (senza poi contare lo scacco della conquista lampo di Kabul). Sul perché Biden abbia deciso di agire in questo modo possono essere formulate varie ipotesi. Resta tuttavia molto probabile che a rivelarsi decisive siano state le dinamiche di politica interna. In primo luogo, va ricordato che – secondo un recente sondaggio pubblicato dal Chicago Council on Global Affairs – la maggior parte degli americani sia attualmente favorevole al ritiro. In secondo luogo, bisogna anche rammentare che svariati settori della sinistra democratica abbiano, nel corso dei mesi, invocato una rapida smobilitazione dall'Afghanistan.

Tra l'altro, Biden ha finito anche con lo sconfessare (almeno in parte) il suo vecchio principale. Quando annunciò il ritiro definitivo lo scorso aprile, l'attuale presidente americano dichiarò: "La guerra in Afghanistan non è mai stata pensata per essere un'impresa multigenerazionale. Siamo stati attaccati. Siamo andati in guerra con obiettivi chiari. Abbiamo raggiunto quegli obiettivi. Bin Laden è morto e al-Qaeda è degradata in Iraq, in Afghanistan. Ed è ora di porre fine alla guerra per sempre". Insomma, per Biden gli obiettivi della guerra sarebbero stati "chiari" e soprattutto "raggiunti". Peccato che, nel dicembre 2009, Obama avesse detto che tra gli obiettivi principali degli Stati Uniti vi fosse quello di addestrare truppe locali autonome: una parte integrante di quel progetto di nation building che – lo stiamo vedendo da settimane – non si è minimamente realizzata. Quel nation building che Biden non ha tuttavia citato ad aprile e che ha addirittura platealmente sconfessato il mese scorso, quando ebbe a dire: "Non siamo andati in Afghanistan a fare nation building". Non si capisce allora lui dove fosse quando era vicepresidente degli Stati Uniti.

E' anche alla luce di questi paradossi che per l'inquilino della Casa Bianca si stagliano svariati problemi all'orizzonte. Il primo è di ordine teorico: Biden ha sempre rivendicato una politica estera basata sulla difesa dei diritti umani e dei valori democratici. Va da sé che un tale arretramento dinanzi all'avanzata di miliziani islamisti non sembri esattamente in linea con queste premesse. Il che apre un problema di credibilità per l'attuale amministrazione americana. D'altronde, fu proprio Biden – nell'ottobre 2019 – a criticare duramente Trump per il suo ritiro dalla Siria, accusando l'allora presidente di aver lasciato i curdi al loro destino. In secondo luogo, condurre la politica estera sulla base dei soli sondaggi può rivelarsi particolarmente rischioso, soprattutto se – in barba alle promesse – i talebani dovessero riprendere a dare ospitalità a pericolose sigle terroristiche. In tal senso, acquisisce un significato particolarmente inquietante l'allerta del Dipartimento americano per la Sicurezza nazionale, recentemente diramata, in vista dell'imminente ventennale degli attacchi dell'11 settembre. In terzo luogo, lo spazio che il ritiro statunitense sta lasciando alla Cina rischia di compromettere la strategia di Washington nel suo confronto con Pechino. È pur vero che il Dragone rischi parecchio nel lasciarsi coinvolgere dalle (pericolose) dinamiche afghane. Ma è altrettanto vero che, almeno nel breve termine, gli Stati Uniti potrebbero subire un duro colpo politico da questa situazione. L'Afghanistan rischia insomma di rappresentare un rilevante punto interrogativo sul futuro della presidenza Biden.

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