Guerra nel Nagorno Karabagh: quale viatico per la pace?
Guerra nel Nagorno Karabagh: quale viatico per la pace?
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Guerra nel Nagorno Karabagh: quale viatico per la pace?

di Bruno Scapini (scrittore, ex ambasciatore italiano in Armenia)

Parlare di una volontà bellicistica e aggressiva dell'Armenia e, ancora, di una subdola determinazione della Yerevan ufficiale intesa a destabilizzare gli equilibri economici legati alla rete delle condotte energetiche che transitano nel Caucaso, vuol dire non aver compreso affatto, o ignorare con buona dose di ipocrisia, le verità storiche e politiche oggettivamente rilevate e ammesse oggi all'unanimità da storici e osservatori imparziali.

L'Armenia, già vittima nella sua lunga e antica storia di persecuzioni e di conflitti che l'hanno coinvolta a causa di una critica posizione geografica, al crocevia di strategici interessi di imperi e civiltà, continua purtroppo ancor oggi a soffrire di questa sua centralità subendone le negative ripercussioni di uno scontro tra Oriente e Occidente. Una posizione, perciò, quella dell'Armenia che al posto di divenire un vantaggio geopolitico nella prospettiva di una crescente integrazione tra aree regionali euroasiatiche, si è tradotta invece in un "tallone d'Achille". Una condizione di vulnerabilità, dunque, ma non soltanto per il Paese in sé che, per via della conflittualità esistente con l'Azerbaijan, si vede condizionato nel cogliere a pieno le opportunità offerte da una auspicabile cooperazione di area, ma anche per la stessa intera regione caucasica che, privata inevitabilmente con la guerra della stabilità politica, stenta a decollare verso accettabili traguardi di sviluppo e di democrazia. Prova di questa deprecabile situazione è l'attuale groviglio di interessi che, ruotando attorno alla rete delle condotte energetiche, induce i vari Governi interessati a prevedere, con rilevanti costi aggiuntivi, percorsi alternativi, o addirittura nuove "pipelines" con transiti concorrenziali; e il tutto nell'ottica di ridurre al massimo la dipendenza dalle forniture di area per via dei possibili rischi connessi proprio alla instabilità della regione.

Considerare, pertanto, una tale situazione per riconoscerne le criticità e i rischi connessi alla presenza del conflitto, che dura ormai da più di vent'anni, è probabilmente un buon esercizio di "realpolitik", ma colpevolizzare l'Armenia, come da parte di qualche osservatore politico si pretende, per una destabilizzazione regionale da essa provocata e intesa a incidere sui transiti energetici verso l'Europa, che proprio in questa area hanno un loro snodo nevralgico, è, più che un errore, una presunzione tanto fantasiosa quanto aberrante nella sua manifesta pretestuosità. A fronte, infatti, della negazione di una qualsiasi legittima aspirazione del popolo del Karabagh all'indipendenza, al pari dello stesso popolo azerbaigiano, e considerata la retorica sempre più minacciosa cui la dirigenza di Baku non esita oggi a ricorrere contando su un appoggio sempre più esplicito offerto dai "fratelli turchi" in un momento in cui Ankara, approfittando della ormai cronica debolezza europea, sembra abbia risvegliato, e con successo, le antiche pulsioni egemoniche di un Panturan proteso verso un espansionismo a tutto campo, è più che ovvio che l'Armenia debba considerare ogni utile e legittima opzione per garantire la propria sopravvivenza, oltre a quella del Karabagh, qualora questa dovesse essere minacciata da un possibile, quanto anche probabile, attacco dell'Azerbaijan.

Che una tale svolta nell'evoluzione della crisi sia un rischio reale e non solo un'ipotesi accademica sembra del resto confermarsi alla luce delle recenti esercitazioni militari condotte, a fini di deterrenza, e dopo le ultime ostilità di confine del luglio scorso, sia dalla Turchia nell'exclave azera del Nakhichevan. sia dalla Russia, in territorio prossimo all'Azerbaijan. Una prova di forza muscolare? Forse. Ma il monito è chiaro: il Trancaucaso potrebbe divenire una polveriera per l'Europa! E se da parte di Ankara potrebbe trattarsi di un "bluff", dato il rischio reale che correrebbe, in caso l'Armenia venisse attaccata, di trovarsi in uno scontro diretto con la Russia – che peraltro perlustra già con proprie forze tutto l'arco del confine tra l'Armenia e la Turchia - altrettanto non sembra possa affermarsi per la Russia che, assertrice, credibile, di una strategia volta a garantire a Mosca il mantenimento dei tradizionali interessi nelle aree già appartenute alla ex Unione Sovietica, non permetterebbe di certo né agli Stati Uniti, né tanto meno alla Turchia, di intaccare la propria sfera di influenza che trova oggi proprio in questa regione la sua immaginaria linea di confine. Del resto i fatti dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud del 2008 dovrebbero poter insegnare qualcosa a chi intenda oggi rievocare le antiche ambizioni della Sublime Porta per lanciarsi in spericolate avventure espansionistiche contraddicendo quanto un tempo falsamente affermato di voler cioè "azzerare coi propri vicini ogni problema".

Se, dunque, si vorrà veramente assicurare a questa area caucasica la necessaria auspicata stabilità, sembra lecito immaginare come la soluzione non possa dipendere dall'Armenia, per la quale con questa guerra è in gioco la irrinunciabile indipendenza del suo popolo del Karabagh, né tanto meno dallo stesso Azerbaijan, la cui dirigenza sembra preoccuparsi più a mantenere ben saldi i propri interessi dinastici che a riscattare la società da un regime oppressivo, bensì dagli stessi fruitori delle risorse energetiche! Sono questi Paesi, infatti, che dovrebbero, in una presa di coscienza dei superiori valori di libertà, porsi nella crisi quali veri mediatori per indurre Baku a correggere in fondo una stortura della Storia e sottrarre a quella dirigenza ogni pretesto suscettibile di alimentare il suo crescente bellicismo che nella ostentata spavalderia turca del momento trova la principale fonte di nutrimento.

Dunque, siamo convinti che lavorare in questo quadro operativo sarebbe probabilmente il miglior viatico per la soluzione del conflitto e non l'ostinata pretesa dell'OSCE di voler applicare ad ogni costo i rigidi e inconcludenti Principi di Madrid, già di per sé nati viziati per l'incapacità dei loro promotori di trovare la giusta collocazione alle supreme aspirazioni di libertà di un popolo, qual'è per l'appunto quello del Karabagh, oppresso oggi da una guerra non voluta, né cercata, ma solo imposta da un Governo azero sordo ai richiami di rettificare un ingiusto corso della Storia.

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