Biden
(Ansa)
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Lo spettro di Lyndon Johnson aleggia su Biden

Il presidente americano continua a crollare nei sondaggi. E l'ipotesi che ritiri la sua ricandidatura si fa sempre più concreta

La situazione continua a peggiorare per Joe Biden. Secondo un recente sondaggio del Washington Post e di Abc, in un eventuale nuovo duello elettorale, Donald Trump avrebbe il 51% dei consensi contro il 42% dell’attuale presidente americano. Certo: la testata ha cercato di ridimensionare questi numeri clamorosi, sostenendo che la rilevazione è “significativamente in contrasto con altri sondaggi pubblici che mostrano che la competizione per le elezioni generali è praticamente a pari merito”. Tuttavia non si può ignorare che si tratta di dati assai significativi, anche perché anche altri sondaggi danno avanti Trump rispetto a Biden (nonostante mostrino un vantaggio meno marcato rispetto a quello registrato dal Washington Post). E attenzione: le preoccupazioni degli elettori intervistati non riguardano soltanto l’età avanzata del presidente. Molti si dicono infatti insoddisfatti del costo degli alimenti e di quello dell’energia. Inoltre, il 74% dei rispondenti si dice preoccupato per lo stato dell’economia e il 75% per quello dei salari.

Insomma, la popolarità dell’attuale inquilino della Casa Bianca continua a crollare. Un sondaggio di Nbc News ha del resto rilevato che il tasso di disapprovazione per Biden è salito al 56%. In particolare, sempre meno elettori indipendenti esprimono sostegno al presidente: si tratta di un dato allarmante, visto che proprio gli indipendenti rappresentano la frangia elettorale che generalmente consente a un candidato di conquistare o riconquistare la Casa Bianca. Differentemente dalla rilevazione del Washington Post, quella di Nbc News ha registrato che, in un ipotetico nuovo duello elettorale, Biden e Trump sarebbero appaiati al 46%. Tuttavia, a giugno, il medesimo sondaggio dava l’attuale presidente avanti di quattro punti rispetto al rivale repubblicano.

Già tempo fa The Hill aveva rivelato che tra i senatori del Partito democratico serpeggia preoccupazione per i risultati sondaggistici negativi di Biden. E intanto sta prendendo sempre più quota l’ipotesi che, nelle prossime settimane, il presidente possa ritirare la sua ricandidatura alla Casa Bianca. È d’altronde in quest’ottica che, al di là delle posizioni di facciata, alcuni potenziali contendenti stanno già scaldando ufficiosamente i motori (a partire dal governatore della California, Gavin Newsom). Il punto è che, se finirà realmente col ritirare la propria ricandidatura, Biden non dovrebbe attendere troppo. Un suo passo indietro innescherebbe delle primarie competitive. E la finestra temporale per un'eventuale campagna elettorale si restringe ogni giorni di più. Non dimentichiamo d’altronde che, qualche giorno fa, il noto editorialista del Washington Post, David Ignatius, ha esortato il presidente a farsi da parte. Tutto questo, mentre – durante un pranzo alla Casa Bianca a giugno – Barack Obama, pur ribadendo ufficialmente il proprio sostegno a Biden, lo ha messo in guardia dalle difficoltà politiche nell’affrontare Trump. Qualcosa che può essere interpretato come un modo gentile per spingere il presidente a ritirare la propria ricandidatura.

Le alte sfere del Partito democratico sono sempre più preoccupate, mentre non sono mancati sgambetti a Biden da parte di pezzi dell’apparato governativo (basti pensare ai Pentagon leaks dello scorso aprile). E intanto sull’attuale presidente aleggia lo spettro di Lyndon Johnson. Costui, sempre più impopolare a causa della guerra in Vietnam, annunciò che non avrebbe corso per la rielezione proprio mentre le primarie democratiche del 1968 stavano iniziando: questa mossa portò alla discesa in campo del suo vice, Hubert Humphrey, che, pur riuscendo alla fine a vincere la nomination del partito, fu sconfitto alle presidenziali di quell’anno dal repubblicano Richard Nixon. Il precedente non è certo allettante per i dem. Ma forse, ragionano ai piani alti dell’establishment dell’Asinello, è meglio correre il rischio di primarie competitive che continuare a puntare su un presidente politicamente sempre più debole. Primarie competitive, sì: perché è tutto da dimostrare che, in caso di un passo indietro di Biden, il partito si compatterebbe automaticamente attorno all'impopolare Kamala Harris.

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Stefano Graziosi