(Ansa, Epa, Jim Lo Scalzo)
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Biden e le cariatidi democratiche

Sanders si ritira e lascia il campo all'ex vice presidente. L'ennesimo fallimento di un partito vecchio che non si rinnova mai. E Trump si frega le mani

Bernie Sanders si è ritirato dalle primarie democratiche. Nonostante non fosse ancora matematicamente impossibilitato a conquistare la nomination, era abbastanza improbabile che riuscisse ad ottenere buoni risultati nei prossimi appuntamenti elettorali. E' la seconda volta che il senatore del Vermont viene sconfitto alle primarie democratiche, dopo che – nel 2016 – era già stato battuto da Hillary Clinton. In tal senso, il recente ritiro di Sanders pone in luce una serie di dinamiche più generali che – soprattutto da alcuni anni – caratterizzano il Partito Democratico americano: una compagine che, pur facendo assai spesso professione di progressismo e rivoluzioni politiche, riscontra frequenti problemi in termini di rinnovamento della propria classe dirigente.

La campagna elettorale per le attuali primarie democratiche è stata la più affollata che la storia americana ricordi. Con un totale di ben ventinove contendenti in campo, quasi ogni candidato ha man mano cercato di intestarsi la rappresentanza di questa o quella minoranza. Kamala Harris e Cory Booker si erano presentati come punto di riferimento per gli afroamericani, Julian Castro e Beto O'Rourke per gli ispanici, Pete Buttigieg per gli omosessuali, Tom Steyer per gli ambientalisti, Bill de Blasio per i liberal. Con il risultato che, alla fine, a rimanere in campo oggi è soltanto Joe Biden: un settantasettenne bianco, centrista e rappresentante dell'establishment, con profondi aggancia a Washington e Wall Street. Una storia, del resto, già vista alle primarie di quattro anni fa, quando la nomination venne vinta da Hillary Clinton: un evento che – sebbene qualcuno abbia cercato all'epoca di far passare come "rivoluzionario" – era in realtà un chiaro caso di "restaurazione". Se è indubbiamente vero che fosse la prima donna ad essere candidata alla Casa Bianca da uno dei principali partiti americani, è altrettanto indubbio che costei risultasse espressione della più alta aristocrazia statunitense. Senza poi contare il peso che la famiglia Clinton riveste tra le alte sfere dell'asinello, a partire dagli anni '90.

E' del resto alla luce di questo quadro che si comprende la duplice battaglia di Sanders nel 2016 e nel 2020. La forza propulsiva della sua candidatura non è stata primariamente – come molti sostengono – l' agenda politica di sinistra, ma – più nello specifico – una decisa carica antisistema: una carica diretta principalmente contro le alte sfere dell'establishment democratico. Non dimentichiamo del resto che Sanders sia un indipendente e che il suo stesso definirsi "socialista" fosse in prima battuta mirato proprio a distanziarsi dalle élites dei circoli clintoniani. E non sarà un caso che, sia nel 2016 che nel 2020, questo stesso establishment abbia scatenato una guerra senza quartiere contro il senatore del Vermont. Quattro anni fa, rivelazioni di WikiLeaks mostrarono che il Comitato nazionale democratico gli avesse messo i bastoni tra le ruote: ne scaturì uno scandalo, che portò alle dimissioni dell'allora presidentessa del partito, la clintoniana Debbie Wasserman Schultz. Tutto ciò, mentre quest'anno, soprattutto nel mese di marzo, i piani alti dell'asinello hanno messo in campo una campagna di discredito contro il senatore del Vermont, permettendo così a Biden di riprendersi dopo un febbraio elettoralmente disastroso.

Tali dinamiche sono d'altronde in funzione da anni. Alle primarie democratiche del 2004, l'ex governatore del Vermont Howard Dean – sceso in campo come candidato "dal basso" – si vide annientato dall'allora senatore del Massachusetts, John Kerry, che vantava l'appoggio dell'establishment. Un discorso analogo vale per le primarie democratiche del 2000, quando l'allora vicepresidente di Bill Clinton, Al Gore, riuscì ad imporsi sul senatore del New Jersey, Bill Bradley, che correva in rappresentanza delle correnti di sinistra. L'unica eccezione a questo stato di cose fu rappresentata dalle primarie del 2008, quando Hillary Clinton venne battuta dall'outsider, Barack Obama. L'allora senatore dell'Illinois riuscì a conquistare la nomination attraverso una strategia articolata. In primo luogo, dopo aver vinto il caucus dell'Iowa, acquisì credibilità agli occhi dell'elettorato afroamericano: elettorato che (soprattutto in South Carolina e Georgia) decise quindi di in gran parte di passare tra le sue file, ritirando il proprio storico appoggio ai Clinton. In secondo luogo, Obama puntò efficacemente su determinati Stati per garantirsi il vantaggio nella matematica dei delegati. Infine, gli giovò non poco la campagna di denigrazione che il comitato di Hillary aveva messo in atto contro di lui: campagna che riuscì abilmente a ritorcere contro la sua avversaria (avversaria che, nel corso di quelle primarie, si ritrovò tra l'altro in serie difficoltà finanziarie). Il punto è che, una volta diventato presidente, non è che Obama abbia poi granché favorito un rinnovamento della classe dirigente democratica. E infatti, nel corso dei suoi anni alla Casa Bianca, i principali esponenti del partito hanno continuato ad essere figure "di vecchia data", come la medesima Hillary, Biden, Kerry e Nancy Pelosi. Lo stesso Obama, soprattutto nell'ultimo periodo del suo secondo mandato, si è sempre più integrato all'establishment del partito. E, secondo qualcuno, l'ex presidente americano avrebbe svolto un ruolo considerevole nella battaglia che l'apparato dem ha condotto contro Sanders il mese scorso.

Insomma, l'asinello sembra cristallizzato ai suoi vertici. E, nonostante lo sbandierato progressismo, continua ad affidarsi costantemente alla vecchia guardia, oltre che a idee talvolta un po' anacronistiche. In questo senso, va rilevato come il Partito Repubblicano abbia da tempo invece messo in moto un processo di rinnovamento interno. Alle sue primarie del 2016, erano presenti numerosi candidati giovani e lo stesso fatto che abbia alla fine vinto un outsider come Donald Trump ha mostrato che quella competizione – per quanto spietata – non fosse una formalità per avallare qualche candidato dinastico. Anzi, proprio il candidato dinastico di allora, l'ex governatore della Florida Jeb Bush, fu costretto a ritirarsi prima del Super Martedì, dopo i pessimi risultati ottenuti nel corso dei primi appuntamenti elettorali. E' infatti indubbio che il Partito Repubblicano abbia un proprio (potente) establishment (parte del quale continua, tra l'altro, a non digerire Trump). Ma, differentemente da quanto accade tra i democratici, si tratta di un establishment meno monolitico che, almeno per ora, ha lasciato aperti dei significativi spiragli di cambiamento. D'altronde, a livello storico, il processo di rinnovamento nell'elefantino si è innescato anche grazie al Tea Party: movimento controverso e criticabile, ma che ha comunque inserito nuove leve nel partito. Nuove leve che, progressivamente e non senza contrasti iniziali, hanno poi apportato una parziale trasformazione interna. Non è ancora chiaro se, nell'asinello, i deputati di sinistra eletti alla Camera nel 2018 avvieranno un processo simile. Per adesso, si assiste tuttavia a una balcanizzazione intestina e non sembra esserci troppo dialogo tra centro e sinistra. L'unica cosa certa è che, al momento, l'apparato dell'asinello sembra intenzionato ad affidarsi a una figura del passato come Joe Biden. Incurante del fatto che probabilmente Trump si stia già sfregando le mani.

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