Cronaca

Vite indegne di essere vissute?

Vincent Lambert non era un malato terminale . Lo Stato Francese lo ha lasciato morire; segno che i confini dell'etica sono sempre più labili

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Mai morte fu più crudele. Mai morte fu più straziante. Vincent Lambert se n’è andato all’alba dell’11 luglio, stroncato dalla fame e dalla sete, dopo nove giorni senz’acqua e senza cibo. Se chiunque, nel mondo civile, osasse comportarsi così nei confronti di un labrador o di un barboncino, scatterebbe immediatamente la rivolta popolare e monterebbe l’indignazione. Invece se n’è andato un uomo, soltanto un uomo. E dunque c’è persino chi osa, non dico festeggiare che forse sarebbe troppo anche per gli sciacalli, ma senz’altro almeno guardare il tutto con malcelata soddisfazione. Considerando questo strazio come un grande passo avanti dell’umanità. Ma certo: è un grande passo avanti dell’umanità. La moderna Francia, la Francia dei diritti umani, la Francia dei filosofi e degli intellettuali, la Francia maestra d’etica, ebbene, ce l’ha appena spiegato come si fanno, oggi, i passi avanti dell’umanità: lasciando morire un uomo di fame e di sete. Nove giorni di agonia. Impendendo il gesto più naturale che ci sia: quello che spinge una mamma e un papà, da che mondo è mondo, a dare da mangiare al proprio figlio. Ecco il passo avanti dell’umanità. Un orrore che nega l’essenza stessa dell’umanità: i genitori che vedono il figlio morire di sete e non possono dargli un po’ d’acqua, che vedono il proprio figlio morire di fame e non possono porgergli un po’ di cibo. A impedirglielo è lo Stato, proprio lo Stato. In nome dell’umanità. In nome della legge. In nome del tribunale della nuova rivoluzione francese, fondata sui sacri principi: Liberté, Egalité e Muorité. Vincent Lambert, lo sapete, non era un malato terminale. Non soffriva di patologie degenerative, non stava a un passo dalla morte. Era vivo. Almeno finché l’hanno ucciso. Non era nemmeno in coma vegetativo. Dopo il gravissimo incidente avvenuto undici anni fa, nel 2008, era entrato in quello che gli esperti definiscono uno «stato minimo di coscienza»: le sue relazioni con il mondo erano poco più che inesistenti. Ma Vincent dormiva, si svegliava, apriva gli occhi, piangeva, respirava da solo, senza bisogno delle macchine. Aveva una costituzione robusta che gli avrebbe consentito di andare avanti ancora anni, probabilmente. Se qualcuno non avesse deciso di togliergli cibo e acqua, le uniche cose essenziali che da solo non riusciva a procurarsi. Perché lo hanno ucciso? Semplice: perché un tribunale, sollecitato dalla moglie e contro il parere dei genitori, ha deciso che quella di Vincent era una vita che non vale la pena di essere vissuta. Ed è proprio questa motivazione che apre sotto i nostri piedi un abisso d’orrore: chi può stabilire se una vita vale la pena di essere vissuta o no? Un tribunale? E in base a quali principî? E se un tribunale decidesse che la vita di un bimbo handicappato non vale la pena di essere vissuta? Che facciamo? Sterminiamo i disabili? Selezione eugenetica? Se un tribunale decidesse che la vita di un centenario non vale più la pena di essere vissuta? Che facciamo? Le camere a gas per nonnetti diventati un peso per la società? Non sono esagerazioni, sono pericoli. È diverso. Sui temi etici, il confine è sottilissimo. Una volta infranta la barriera, sprofondare è un attimo. Quando parte la valanga non la fermi più. Apri all’aborto per fermare le mammane clandestine? E poi te lo trovi trasformato in una quotidiana pratica anticoncezionale. Apri all’eutanasia per i casi disperati alla Dj Fabo? E poi trovi condannate a morte le signore siciliane un po’ depresse ma per nulla malate. Sull’etica non si scherza: se si cede, l’abisso è dietro l’angolo. A forza di diritti civili si rischia di arrivare al nazismo etico. Per questo la morte di Vincent tocca tutti noi. E ancor più inquietante è il sospetto che dietro a tutto ciò, dietro alle questioni legali e alle battaglie etiche, si nasconda invece soltanto il solito monumento al Dio Denaro. Quell’uomo era ricoverato da undici anni: forse costava troppo mantenerlo? Non ci possiamo permettere persone improduttive? Qual è la vita che vale la pena di essere vissuta? Quella che genera profitto o che, almeno, non genera troppe perdite? Che non richiede costose assistenze? Se fosse così, l’orrore che questa morte spalanca è ancora più grande: oggi, infatti, abbiamo a disposizione sempre più farmaci, conoscenze scientifiche e tecniche mediche che consentono di salvare molte persone che un tempo sarebbero morte. A prima vista parrebbe una fortuna. Ma temo che in generale qualcuno la consideri soltanto una grande spesa che in qualche modo va limata. Magari anche attraverso l’eutanasia. 
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