Cronaca

Università, test di Medicina: perché c'è il numero chiuso

Il governo ne annuncia l'abolizione, per poi rettificare. Ecco quando è nato il test di ingresso che limita l'iscrizione e perché è necessario

Università, test di accesso

Simona Santoni

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Numero chiuso alla facoltà di Medicina addio. Anzi no. Il governo gialloverde prima ne comunica l'abolizione, poco dopo rettifica e corregge il tiro. 

Nella nota del Consiglio dei ministri del 15 ottobre terminata dopo le 21 e pubblicata sul sito della presidenza del Consiglio, al punto 22 è stata comunicata l'"Abolizione del numero chiuso nelle Facoltà di Medicina" precisando: "Si abolisce il numero chiuso nelle Facoltà di Medicina, permettendo così a tutti di poter accedere agli studi". Poche ore più tardi però la stessa presidenza del Consiglio puntualizza che "si tratta di un obiettivo politico di medio periodo per il quale si avvierà un confronto tecnico con i ministeri competenti e la Conferenza dei Rettori delle università italiane, che potrà prevedere un percorso graduale di aumento dei posti disponibili, fino al superamento del numero chiuso".

Quello del numero chiuso alla facoltà di Medicina è un piccolo paradosso: in Italia mancano i medici, soprattutto in alcune specializzazioni, eppure è limitato l'ingresso all'Università che forma nuovi medici. 

Quando e come è nato il numero chiuso

Il numero chiuso nella facoltà di Medicina, con un test di ingresso che limita all'inizio il numero degli iscritti, è nato circa vent'anni fa.

Era il 1997 quando il democristiano Ortensio Zecchino, allora ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, istituì con decreto ministeriale il numero chiuso nazionale. Seguirono ricorsi. Nel 1999 è stata introdotta la legge del numero chiuso per l'ammissione alla facoltà di Medicina. Dopo che il Consiglio di Stato ne sollevò il dubbio di legittimità, nel 2013 la Corte Costituzionale ha dichiarato la legge leggitima.

Numero chiuso: i dati

Nel 2018 sono 9.779 i posti disponibili a Medicina per studenti comunitari e non comunitari residenti in Italia, 635 quelli per non comunitari residenti all'estero.

Negli anni i posti per gli studenti comunitari sono progressivamente aumentati, toccando l'apice nel 2014, per poi diminuire leggermente negli anni successivi fino al 2018.

Si è passati da un numero di 7.106 per l'anno accademico 2000-2001, passando per i 7.945 nel 2008, 8.518 posti nel 2009, 9.327 nel 2010, fino a 10.157 posti del 2013 e a 10.440 del 2014.

Anche l'affluenza al test negli anni è aumentata: nell'anno accademico 2004/2005 hanno sostenuto la prova 33.657 candidati; nel 2013/2014 ben 63.043; 53.268 gli studenti cimentatisi nella prova nel 2015, 52.978 nel 2016, 60.040 nel 2017 e 59.743 quest'anno.

Gli idonei sono stati 36.863 nel 2014, 25.579 nel 2015, 52.978 nel 2016, 52.393 lo scorso anno per scendere a 40.447 quest'anno.

Perché esiste il numero chiuso

Il numero chiuso dipende da due motivazioni interconnesse: da una parte la necessità di garantire un buon livello di preparazione per i nuovi medici, dall'altra la limitatezza dei mezzi per formarli (mancanza di docenti e la necessità di laboratori, strutture, materiali, posti letto-medici per gli specializzandi). 

La formazione in Medicina per essere di qualità "richiede un numero di docenti elevato, formazione sul campo, laboratori, un numero congruo tra posti letto in ospedale, malati e specializzandi: questo determina la necessità di poter lavorare con numeri ragionevoli, per garantire questi standard e assicurare ai nostri futuri medici una formazione di qualià", ha spiegato all'Ansa il professor Gaetano Manfredi, rettore all'Università Federico II di Napoli. "In Italia ci sono situazioni molto differenziate: negli ultimi anni il corpo docente è stato ridotto di 10 mila unità e alcuni atenei non hanno il numero di professori per garantire qualità didattica a grandi numeri: bisogna tornare ad investire".

Manfredi assicura che, con finanziamenti adeguati e un serrato lavoro, tra tre anni si potrebbe arrivare a 15 mila posti nelle facoltà di Medicina, obiettivo a cui stanno lavorando la Conferenza dei rettori e il ministro dell'Istruzione Marco Bussetti. 

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