Cronaca

Terroristi a Bari: cosa rischia davvero l’Italia

L'arresto dei tre afghani in Puglia dimostra che il nostro sistema di sicurezza è sufficientemente adeguato per affrontare la minaccia jihadista

 

Per Lookout news


Ieri, martedì 10 maggio, i carabinieri di Bari su mandato della Direzione Distrettuale Antimafia hanno arrestato tre immigrati afghani. Si tratta di Hakim Nasiri di 23 anni, Gulistan Ahmadzai di 29 anni e Zulfigar Amjad di 25 anni. L’accusa nei loro confronti è di aver pianificato attentati da compiere nel nostro Paese e, forse, in Gran Bretagna. Due loro presunti complici, Qari Khesta Mir Ahmadzai, afgano di 30 anni, e Surgul Ahmadzai, pakistano di 24 anni, sono sfuggiti alla cattura e, secondo gli inquirenti, sarebbero tornati in Afghanistan.

Il gruppo si era fatto notare nello scorso mese di dicembre mentre riprendeva con la telecamera del telefonino un supermercato Ipercoop di Bari. Un vigilante del posto, insospettito dai movimenti dei cinque stranieri, ha chiamato i carabinieri che hanno sequestrato i loro cellulari e dato avvio all’inchiesta che si è conclusa ieri con l’arresto dei tre. L’analisi dei dati contenuti nei cellulari sequestrati (fotografie, filmati e traffico internet) mostra uno spiccato “interesse” da parte del gruppo verso siti turistici, il Colosseo primo fra tutti, e foto compromettenti di uno dei tre che posa con un mitragliatore in mano. Mentre le visite su internet sono risultate principalmente rivolte verso siti jihadisti che predicano la guerra santa e celebrano i “successi” dell’ISIS.

 Le accuse contro il gruppo non si riferiscono soltanto al terrorismo internazionale ma anche al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La cellula disponeva infatti di molto denaro – solo nelle ultime settimane due indagati hanno visitato sette città diverse viaggiando in aereo – raccolto organizzando trasporti via nave di immigrati clandestini al prezzo di 3.800 euro a viaggio e passaggi sui barconi dalla Turchia per la tariffa di 700 euro. I cinque provvedevano anche, a prezzi molto salati, a procurare documenti falsi ai migranti.

 Anche se i primi commenti stampa sugli arresti parlano unanimemente di “una cellula dell’ISIS pronta a colpire”, i dati a disposizione inducono a una certa prudenza. Infatti è molto difficile che lo Stato Islamico, quello “vero” che opera militarmente in Siria e in Iraq, recluti degli afgani o dei pakistani, in quanto i Talebani (che per nazionalità, dovrebbero essere il gruppo di riferimento degli arrestati di Bari) non hanno mai nascosto la loro distanza ideologica dall’ISIS con il quale non condividono affatto l’idea del Califfato, visto dagli estremisti dell’Afghanistan come un tentativo tutto “arabo” di supremazia sul’Islam mondiale.


Le analogie con l’anarco-insurrezionalismo europeo
Quello che sembra certo è che ci troviamo di fronte a una fase di pianificazione, ancora a livello embrionale, di possibili azioni terroristiche sul nostro territorio da parte di una cellula che sembra aver, forse inconsciamente, mutuato il proprio modello organizzativo dagli anarco-insurrezionalisti europei (italiani e greci, in particolare). Questo modello prevede la costituzione di un “nucleo di fuoco” a partire da un “gruppo di affinità”. Nessuna rigida organizzazione gerarchica, ma solo un gruppo di persone che si conoscono bene o sono addirittura parenti, condividono un’ideologia e pianificano azioni e attentati prendendo ispirazione dalle teorizzazioni diffuse da siti web dell’area di riferimento ideologica che spesso contengono anche istruzioni sull’uso delle armi e sulla fabbricazione di ordigni esplosivi.

I “gruppi di affinità” sono molto poco permeabili a tentativi di infiltrazione dall’esterno e se riescono ad acquisire sufficiente know how tecnico-operativo possono diventare molto pericolosi, come dimostrano gli attentati di Parigi e di Bruxelles, compiuti da cellule franco belghe costruite proprio su questo modello.

Lo status di migranti degli arrestati e dei ricercati ha spinto alcuni commentatori a riproporre l’equazione tra “immigrato” e “terrorista”. Si tratta di una scorciatoia dialettica che può rivelarsi fuorviante. Tra le migliaia di migranti sbarcati dal Medio Oriente negli ultimi anni non è stato mai individuato un singolo “vero” terrorista.

La spiegazione, molto semplice, di questo dato di realtà può essere fatta risalire alla certezza che una formazione terroristica che decide di inviare all’estero un proprio operativo, lo fa viaggiare in sicurezza – dopo averlo dotato di soldi, documenti inattaccabili e indirizzi a cui rivolgersi dopo il suo arrivo – e non userebbe mai uno strumento precario come un barcone per muovere i suoi operativi. I terroristi islamici sono pronti a morire per la causa, ma non a morire stupidamente viaggiando su un gommone sovraffollato che può naufragare facilmente, come dimostrano le più recenti tragedie sui nostri mari.

 

Bilancio positivo per il nostro sistema di sicurezza
Nel caso di Bari, se verrà provata la matrice terroristica del gruppo, sarà evidente che si tratta di individui che si sono radicalizzati e organizzati ma solo dopo essere arrivati nel nostro Paese e aver messo in piedi un redditizio business di viaggi per clandestini e vendita di documenti falsi.

 Quali fossero le reali intenzioni del gruppo di Bari lo accerterà l’inchiesta della magistratura. Un primo dato certo e positivo e che il nostro Paese ha un sistema di sicurezza generale che al momento si dimostra adeguato sia sul piano legislativo (le leggi recentemente varate sul terrorismo internazionale e sui foreign fighters si stanno dimostrando efficaci) che sotto il profilo operativo della prevenzione.

L’operazione di Bari dimostra infatti che il sistema, a partire dalla segnalazione dal territorio fino allo sviluppo completo delle indagini, grazie all’esperienza maturata nella lotta al terrorismo interno e alla criminalità organizzata, è in grado di cogliere efficacemente i primi segnali di pianificazione di attentati e di reagire con puntualità e rigore. Senza indulgere nel catastrofismo e nell’allarmismo, è soltanto necessario mantenere alta la vigilanza e fare in modo che le maglie delle reti della nostra sicurezza nazionale restino sempre molto strette.

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