Quando le divise si macchiano di sangue

Dopo la sentenza Cucchi: i casi, in Italia, in cui le forze dell'ordine sono state riconosciute colpevoli

Quando i poliziotti sbagliano.

– Credits: Ansa foto

Nadia Francalacci

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Le urla strazianti della sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, dopo la lettura della sentenza nell’aula del Tribunale di Roma. L'assoluzione degli agenti e la condanna per i medici dell’ospedale romano dove è morto il ragazzo. La soddisfazione dei sindacati della polizia penitenziaria. Le polemiche per una sentenza che ha lasciato l'amaro in bocca a molti. Il processo Cucchi non è però solo l'unico caso, negli ultimi dieci anni, in cui alcuni agenti delle nostre forze dell'ordine sono finiti sotto processo, qualche volta condannati. Tra questi, il caso Aldrovandi. E non solo.

Caso Aldrovandi: Tre dei quattro poliziotti sotto processo vengono condannati dalla Cassazione a tre anni e sei mesi per la morte di Federico, un ragazzo diciottenne. Federico Aldrovandi muore all’alba del 25 settembre 2005, nei pressi dell’ippodromo a Ferrara, proprio durante un controllo di polizia. Il ragazzo viene malmenato e, per le lesioni riportate, muore. Anche se per sei mesi, i tre anni sono stati cancellati dall’indulto, il tribunale di sorveglianza di Bologna ha stabilito che i tre agenti sconteranno la pena in carcere. Il tribunale ha respinto le istanze dei legali dei poliziotti che avevano chiesto al giudice misure alternative al carcere, quali gli arresti domiciliari o l’affidamento ai servizi sociali. Per il quarto agente condannato, l’udienza fu rinviata per un difetto di notifica. Il padre di Aldrovandi, a distanza di 8 anni, chiede per questi i poliziotti il massimo della pena: l’espulsione dalla Polizia di Stato.  

 G8 – scuola Diaz di Genova. I fatti sono avvenuti durante lo svolgimento del G8 di Genova nel 2001,12 anni fa. La sera del 21 luglio 2001, tra le ore 22 e mezzanotte, nelle scuole Diaz, Pertini e Pascoli, divenute centro del coordinamento del Genoa Social Forum, fanno irruzione i Reparti mobili della Polizia di Stato di Genova, Roma e Milano con il supporto operativo di alcuni  ma non tutti, battaglioni dei Carabinieri. Furono fermati 93 attivisti e furono portati in ospedale 61 feriti, dei quali 3 in prognosi riservata e uno in coma. Finirono sotto accusa 125 poliziotti, compresi dirigenti e capisquadra, per quello che fu definito un pestaggio da "macelleria messicana".
Il giorno 13 novembre 2008 viene emessa la sentenza di primo grado: assolti i vertici delle forze dell'ordine presenti durante il fatto e i responsabili che firmarono i verbali dell'operazione poi rivelatisi contenenti delle affermazioni erronee. Vengono condannati solo una parte dei 29 poliziotti per i quali l‘accusa aveva chiesto il carcere. Il totale delle pene è di 35 anni e 7 mesi di carcere e 800 mila euro di risarcimento. Ma il 18 maggio 2010 la terza sezione della Corte d'Appello di Genova ha riformato la sentenza di primo grado condannando tutti i vertici della catena di comando della Polizia che erano stati assolti nel precedente giudizio. In totale sono stati condannati 25 imputati su 28, per una condanna complessiva ad oltre 98 anni e 3 mesi di reclusione.

Caso Afragola in provincia di Napoli. Quindici anni e mezzo di reclusione a 4 poliziotti accusati di aver ceduto a uno spacciatore che è stato condannato a tre anni e mezzo, la droga sequestrata perché potesse rivenderla. La sentenza e' stata emessa dalla settima sezione del Tribunale di Napoli che ha inflitto pene ancora più dure  rispetto a quelle chieste dal pm Paolo Itri al termine della requisitoria. Il pm, infatti, aveva chiesto 14 anni per  ciascuno degli agenti coinvolti. Si tratta di poliziotti, in passato in servizio nel commissariato di Afragola. I quattro furono arrestati nel marzo del 2008. L'inchiesta venne avviata proprio in seguito alla denuncia dello spacciatore, che aveva registrato alcuni colloqui avuti con i poliziotti (un sovrintendente capo, un assistente capo, un assistente e un agente scelto; uno di loro era aggregato al commissariato di Afragola ma in forza alla questura di Torino). Anziché distruggere all'Asl la droga sequestrata nei mesi precedenti da loro stessi e dai colleghi, i quattro poliziotti la consegnavano allo spacciatore, che provvedeva poi a spacciarla nuovamente nel Parco Verde di Caivano. L'uomo cedeva ai poliziotti l'intero ricavato dalla vendita della droga uscita dal commissariato. Non solo, contemporaneamente vendeva anche stupefacente proprio e, in cambio del favore, non veniva arrestato.

Roma 1 giugno 2013: Una cricca di poliziotti corrotti spadroneggia per mesi tra negozianti stranieri e prostitute commettendo una serie di reati: stupri, furti e mazzette. Quattro agenti della Squadra Mobile di Roma sono stati arrestati dai loro stessi colleghi. Si tratta di due ispettori, un sovrintendente ed un assistente della polizia di Stato accusati di violenza sessuale, corruzione, falso e furto. A portare all'arresto dei quattro poliziotti, all'epoca dei fatti tutti agenti della Mobile, era stata una denuncia presentata da un commerciante straniero che raccontò in Procura dei soprusi subiti dai quattro che erano diventati un po' il terrore dei negozianti stranieri di Roma. Tesserino, pistola nella fondina e tintinnio di manette per costringere i commercianti a pagare mazzette da migliaia di euro. Così le vittime finivano sotto scacco: ''Paga o ti facciamo chiudere il negozio''. Secondo alcune testimonianze, avrebbero fatto lo stesso anche con le prostitute, ma stavolta la moneta di scambio della minaccia era il sesso:le avrebbero stuprate sotto minacce dell'arresto. Vicende, quest’ultime, sulle quali la procura  sta ancora indagando.

Caso Latina. Per la donna stuprata nella Procura di Latina è stato condannato un carabiniere a 3 anni e 6 mesi
con l’accusa di violenza sessuale e peculato. Un carabiniere che all’epoca dei fatti, nel 2006, era in servizio alla Procura di Latina, ha abusato di una donna che si era presentata negli uffici di via Ezio per presentare un esposto dal quale prese il via un’indagine.
La donna all’epoca aveva 28 anni. In quel periodo entrò in contatto con due carabinieri, addetti alla segreteria del sostituto procuratore titolare dell’inchiesta che la riguardava come parte offesa. Con uno dei due,ovvero il carabiniere poi condannato, si instaurò un contatto piuttosto frequente ma esclusivamente legato al lavoro. Ma durante gli incontri, secondo quanto è emerso dal processo, la donna avrebbe subito violenza da parte del  militare in una delle stanze della Procura laziale.

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