Processo Yara, la logica rema contro Massimo Bossetti

Inizia il processo per l'omicidio della tredicenne di Brembate. Contro il muratore c'è il dna e un nemico poco visibile ma molto insidioso

Massimo Giuseppe Bossetti

Massimo Giuseppe Bossetti, il presunto assassino di Yara Gambirasio – Credits: ANSA/ UFFICIO STAMPA POLIZIA

Carmelo Abbate

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Ci siamo, ancora poche ore e Massimo Bossetti farà il suo ingresso nell’aula del tribunale di Bergamo dove verrà sottoposto a processo per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio.

Oltre ai numerosi giornalisti, alcuni dei quali provenienti anche dall’estero, il muratore troverà ad attenderlo la rappresentante dell’accusa, il pubblico ministero Letizia Ruggeri, che cercherà di dimostrare la sua colpevolezza alla giuria composta da due giudici togati e sei popolari.

Ma il peggior nemico di Massimo Bossetti durante tutto il processo sarà la logica. Perché se si riesce nel non facile sforzo di spogliare i fatti salienti di questa storia dal fumo delle parole e delle polemiche per riportarli alla loro essenzialità, posizionando gli elementi su un percorso di ragionamento chiaro e coerente, ecco che Massimo Bossetti si viene a trovare in grossa difficoltà.

 

Partiamo dal famoso dna. Senza avere la pretesa di improvvisarci genetisti, la questione può essere semplificata in questo modo. Il dna si compone di due parti, una nucleare e l’altra mitocondriale. L’attribuzione di una traccia di dna a una persona in carne e ossa avviene attraverso la componente nucleare. La quale, nel caso in questione, appartiene a Bossetti. Questo è assodato, riconosciuto da tutti, pure dai suoi avvocati.

Il problema nasce nella componente mitocondriale, che per ragioni inspiegabili non coincide con la prima. È una anomalia, probabilmente dovuta al lungo periodo in cui Yara è rimasta in quel campo sotto il freddo e il gelo, fatto sta che per Claudio Salvagni, legale dell’imputato, o la procura trova una spiegazione oppure il risultato genetico è nullo.

Si vedrà. Intanto possiamo provare a fare questo: chiamare uno o più genetisti di fiducia, non direttamente coinvolti in questo caso, per fare una domanda di scuola: l’anomalia riscontrata nella parte mitocondriale può in qualche modo inficiare, compromettere la regolare attribuzione del dna attraverso il nucleare? No, ci è stato risposto. Impossibile.

Entriamo allora nel merito del risultato genetico, perché il dna non è una prova oggettiva ma ha una validità caso per caso a secondo di alcuni fattori. Ogni dna, in buona sostanza, è portatore di un messaggio probatorio differente dall’altro.

In questo caso è ricavato da una traccia mista, composta “molto probabilmente da sangue” di Yara Gambirasio e di Massimo Bossetti. Traccia che si è miscelata allo stato liquido, quindi viene esclusa la possibilità di un assassino diverso che vuole incastrare Bossetti portandosi dietro il suo sangue.

Ricordiamo anche che la traccia è stata trovata sugli slip e i pantaloni della ragazza, in una zona interessata da tagli, sia degli indumenti che del corpo. In una dinamica ipotizzata, sulla base delle analisi scientifiche fatte sul corpo di Yara, di tentativo di violenza sessuale.

La traccia viene poi scandagliata in laboratorio e si arriva all’attribuzione di un profilo genetico, che non esiste negli archivi dei carabinieri e delle forze dell’ordine e che proprio per questo viene chiamato Ignoto Uno.

Si procede al buio, o se preferite si pescano dna a strascico. Ma nessuno, da quel momento in avanti mette più in dubbio che l’assassino di Yara Gambirasio sia proprio lui: Ignoto Uno. Si tratta solo di sovrapporgli un uomo in carne e ossa.

Qui c’è un passaggio che va evidenziato. Il fatto che gli inquirenti non disponessero del corrispondente a Ignoto Uno, porta a escludere che l’indagine possa essere stata in qualche modo indirizzata, pilotata verso un colpevole predeterminato.

Dopo tanti anni e tante ricerche, finalmente viene individuato un profilo genetico che si sovrappone a Ignoto Uno. Viene fuori un individuo, il cui nome è Massimo Bossetti. Il primo riscontro è da trattenere il fiato. Dove abita quell’uomo? A Palermo, Milano o Bergamo? Dove si trovava la sera del 26 novembre 2010 mentre Yara esce dalla palestra. Provate a pensare se un riscontro oggettivo lo avesse posizionato dentro una birreria di Napoli.

Coincidenza vuole che Massimo Bossetti quella sera sia proprio a Brembate, davanti alla palestra. L’uomo che finalmente assegna un volto e una storia a Ignoto uno non soltanto abita lì, non soltanto viene localizzato lì attraverso i telefoni, ma addirittura il suo furgone viene ripreso dalle telecamere situate nella zona.

Altra coincidenza, l’uomo ha un furgone come quello descritto da un testimone, che quattro giorni dopo la scomparsa di Yara va dai carabinieri e racconta di un cassonato bianco che fa una strana manovra nella via davanti alla palestra nel momento in cui Yara esce per tornare a casa.

Ultima coincidenza, Massimo Bossetti è sposato, padre di famiglia, senza precedenti penali. Non è un pedofilo. Il suo profilo personale e familiare coincide alla perfezione con quello risultante dalle analisi scientifiche effettuate sul corpo di Yara e sul campo dove viene ritrovato il corpo: Ignoto uno è un uomo che si apparta con una ragazza di tredici anni per ragioni che rimarranno sconosciute, a un certo punto la situazione sfugge di mano, molto probabilmente per delle avances sessuali rifiutate dalla vittima, e lui perde la testa perché sente in pericolo la sua dimensione di marito, padre, lavoratore tutto casa e cantiere.

Le coincidenze non troppe. La logica rema contro Massimo Bossetti.

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