Cronaca

L'orrore di Mirandola cosa ci insegna

Oggi come allora la cronaca racconta di bambini che vivono nella violenza. Dove i servizi sociali falliscono

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Maurizio Belpietro

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Ero da poco diventato direttore del Giornale quando Stefano Zurlo, un giovane collega che avevo contribuito ad assumere e che avevo strappato a un probabile licenziamento da una rivista di cucina, mi portò la storia di intere famiglie accusate di riti satanici e di violenze su decine di minori. La vicenda appariva incredibile, anche perché nei fatti erano coinvolti mamme, papà, insegnanti e perfino un prete. Tutti pedofili, tutti cultori di riti esoterici che si celebravano di notte nei cimiteri dell’Emilia, tra Massa Finalese e Mirandola, una Bassa padana dove secondo le accuse si compivano sacrifici umani a cui i bambini erano costretti ad assistere. Confesso che sin da subito a me sembrò un brutto horror, scritto da improbabili sceneggiatori. I fatti erano talmente assurdi da risultare ben poco credibili. Ma che io - e soprattutto Zurlo - giudicassimo inverosimili i racconti, poco importava. Una pletora di assistenti sociali e magistrati li reputava assolutamente certi. Così diversi genitori finirono in carcere e i loro figli furono prima affidati a una comunità di recupero e poi ad altri papà e mamme. In tutto, a essere strappati alla loro famiglia naturale, furono 16 bambini. Una madre si suicidò gettandosi dal quinto piano, due morirono in carcere, mentre un indagato fu colpito da infarto dopo la sentenza di condanna. Il prete, don Giorgio Govoni, invece morì di crepacuore prima di essere assolto. Una delle donne indagate, essendo incinta, fuggì all’estero, cercando di sottrarsi a una Giustizia che le voleva strappare il figlio che avrebbe avuto. Ricordo ancora la straziante intervista che concesse a Zurlo, il quale la raggiunse nel luogo in cui aveva trovato rifugio.
A essere state accusate furono tutte famiglie cattoliche, profondamente religiose, e forse proprio per questo finirono nel mirino dei custodi della morale e delle regole. E nonostante non avessero nulla da nascondere e men che meno reati di cui vergognarsi, come da subito si poteva comprendere, nessuno - tranne un parlamentare dell’Udc, Carlo Giovanardi - si prese la briga di difenderle. Anzi, furono messe al bando, condannate alla vergogna e alla fuga, con addosso il marchio infamante della pedofilia.
Ormai sono passati anni da quella storia e dopo che intere famiglie sono state distrutte, dopo che troppe vite sono state cancellate, è arrivata l’assoluzione e di recente l’inchiesta di un giornalista di Repubblica che ha messo insieme le testimonianze. Vite rovinate da un gigantesco errore giudiziario, anzi da un veleno (è questo il titolo del volume-inchiesta) che ha corroso e intossicato la vita di una piccola comunità, strappando i figli ai loro genitori: un danno e una violenza che mai nessuna sentenza potrà annullare.
Se vi ho raccontato la vicenda capitata vent’anni fa tra Finale e Mirandola non è però per rievocare fatti del passato, ma solo per pormi un interrogativo. Spesso capita di leggere di bambini sottratti ai genitori perché maltrattati e dunque mandati in altre famiglie per essere aiutati e amati. Naturalmente è giusto che lo Stato intervenga a tutela dei minori. A questo servono i servizi sociali: a proteggere le persone in difficoltà, in particolare i bambini. E però, mentre sono potuti accadere fatti come quelli che ho appena descritto, ossia figli strappati ingiustamente ai propri genitori, c’è una strage silenziosa di cui ci accorgiamo solo davanti ai piccoli cadaveri. A pagina 48 di Panorama troverete un’inchiesta di Maurizio Tortorella dedicata a cuccioli che non ci sono più. Seviziati, massacrati a pugni e calci, strangolati perché disturbano i genitori quando questi dormono oppure fanno sesso. A ucciderli spesso è il padre, con la complicità della madre. I loro nomi, le loro storie, i loro volti sorridenti mi hanno colpito: uccisi a due anni da un papà strafatto di droga e da una mamma che assiste indifferente alla tortura. Ecco, guardando le immagini che corredano l’articolo mi sono chiesto: ma l’esercito di assistenti sociali che dava la caccia ai pedofili in Emilia dov’è? Siamo riusciti a strappare i figli a genitori innocenti, rovinando famiglie per bene, e non riusciamo a difendere bambini di due anni da questo orrore? Gli assassini sono tutti borderline, vivono di espedienti e di violenza, in famiglie sfasciate e rabberciate, anime alla deriva che però, siccome non vanno in chiesa e non appartengono ad alcuna comunità, nessuno ferma. Così sono state lasciate libere di picchiare a morte bimbi che avevano la sola colpa di richiedere attenzione. Ecco, per quelle piccole vittime ho tanta pietà. Ma ho pietà anche per una Giustizia che arresta chi non ha colpa, senza poi riuscire a fermare la strage degli innocenti. Possibile che nessuno abbia mai visto i volti tumefatti, le ferite, i capelli strappati di quei bambini prima che finissero sul tavolo del medico legale. Ecco, la storia di Mirandola e quella che raccontiamo delle vittime di violenza, sono due facce delle stessa medaglia. Due facce dello stesso fallimento.
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