Cronaca

Il Mostro di Firenze non c'è più

Si sta per archiviare senza colpevoli uno dei più atroci delitti avvenuti nelle campagne intorno a Firenze

Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili

Giorgio Sturlese Tosi

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L’ultima inchiesta sui delitti del cosiddetto mostro di Firenze sta per essere archiviata, con un epilogo inaspettato però. Dalla Procura fiorentina alla Corte europea dei diritti dell’uomo. A ricorrere a Strasburgo ci sta pensando il legale delle figlie di Nadine Mauriot e dei familiari di Jean Michel Kraveichvili, la coppia francese uccisa nel 1985 (lei anche mutilata dei genitali e del seno sinistro), ultime vittime trucidate a Scopeti, una località di campagna tra Firenze e San Casciano Val di Pesa.

In periodo di richieste di revisione, vere o solo minacciate, delle sentenze sugli assassini alla ribalta della nostra cronaca recente (da Cosima e Sabrina Misseri ad Alberto Stasi, passando per Rosa e Olindo fino a Massimo Bossetti), non poteva mancare all’elenco l’inchiesta più lunga, controversa e contestata, sui delitti compiuti dal 1968 al 1985 nella provincia di Firenze, con un totale di sedici giovani uccisi. Il motivo per la rabbia dei parenti della coppia francese è l’asserita «inerzia della Procura di Firenze», che ormai da due anni indaga su due quasi novantenni: Giampiero Vigilanti, un istrionico ex legionario, e Francesco Caccamo, riservato medico condotto da tempo a riposo. Due nuovi «compagni di merende» complici dello storico accusato Pietro Pacciani?

Vigilanti, che conosceva l’agricoltore di Mercatale, era già stato perquisito ai tempi degli omicidi; escluso dalla cerchia dei sospettati, è stato dimenticato per decenni. Fino al 2013, quando l’avvocato fiorentino Vieri Adriani, su incarico appunto delle famiglie dei due francesi, ha depositato un esposto in procura nel quale venivano ricostruiti i movimenti dell’ex legionario e i suoi collegamenti con Pacciani. Per l’avvocato Adriani c’erano elementi a sufficienza per riaprire le indagini. Cosa che è avvenuta. E così, a cinquant’anni dal primo delitto del 1968, l’anziano è stato indagato, perquisito e interrogato dal Ros dei carabinieri. Finendo per tirare in ballo, pur respingendo ogni accusa, anche il suo medico, Francesco Caccamo. Con quale esito? Pare nessuno.

Da indiscrezioni raccolte da Panorama, la Procura è in procinto di chiedere l’archiviazione per i due. Una decisione che l’avvocato Adriani rigetta con forza e annuncia a questo giornale: «Se per la fine di febbraio non ci saranno novità chiederò l’avocazione dell’indagine alla Procura generale. Così stiamo ipotizzando con le famiglie delle vittime di intentare una causa contro l’Italia per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per la durata delle indagini e i cinquant’anni di errori che sono stati commessi. Per me questo è un caso emblematico di malagiustizia».

Che i delitti del mostro di Firenze siano ancora avvolti dal mistero lo dimostra il fatto che, parallelamente alle indagini su Vigilanti e Caccamo, il procuratore aggiunto Luca Turco, erede degli antichi fascicoli, ha disposto nuove perizie sui bossoli calibro 22 repertati negli anni e la ricerca e comparazione dei profili genetici che il mostro e i suoi eventuali complici potrebbero aver lasciato sui vari luoghi dei delitti.

Proprio un lembo di pelle di Nadine Mauriot fu spedito dal mostro all’allora magistrato fiorentino Silvia Della Monica, unica donna tra gli inquirenti che avevano indagato sul serial killer della Toscana. Su quella busta fu effettuato, nel 1985, la prima ricerca di Dna della storia giudiziaria italiana. Senza esito. Ma negli anni la scienza ha fatto passi da gigante e oggi le polizie possono contare su apparecchiature che ricostruiscono interi profili genetici da frammenti di Dna infinitamente piccoli.

A quali nuovi mostri si sta dando allora la caccia? O c’è bisogno di ulteriori conferme alle vecchie verità processuali? Purtroppo, salvo l’imbarazzata sorpresa degli inquirenti che hanno trovato nel cuscino della tenda teatro del delitto degli Scopeti un proiettile mai repertato prima, ma assolutamente identico a quelli già noti, da ambienti investigativi si apprende che non sarebbero emersi elementi di novità.

I periti della Procura devono ancora consegnare le relazioni conclusive ma, salvo clamorosi colpi di scena, le indagini sembrano portare ancora una volta a un vicolo cieco. E allora, ricorsi a Strasburgo a parte, ci si dovrà far bastare le vecchie sentenze. Che però non soddisfano nessuno, nemmeno chi istruì quei processi. A cominciare dalla condanna in primo grado inflitta il 1° novembre 1994 a Pietro Pacciani, riconosciuto assassino di «sole» quattordici vittime e scagionato per il delitto di Signa del 1968, dove la Beretta calibro 22 al centro di tutti gli episodi uccise Barbara Locci e l’amante Antonio Lo Bianco. Per quell’omicidio si autoaccusò il marito di Locci, Stefano Mele, che fu condannato. Anni dopo, quella confessione venne smentita dagli eventi e ritenuta da tutti indotta e inattendibile.

Finirono in carcere ambigui personaggi originari della Sardegna e arrivati in Toscana, ma ogni volta il mostro li «scagionò» uccidendo ancora. E allora chi fu a sparare a Signa nel 1968? Escluse le tesi più o meno fantasiose che negli anni hanno alimentato le indagini e la letteratura sul serial killer, resta un’unica certezza: che a sparare fu sempre la medesima pistola, mai ritrovata. La sentenza di condanna per Pacciani però non resistette al processo d’appello. Il procuratore Piero Tony, che rappresentava l’accusa, chiese clamorosamente la sua assoluzione. La corte di Assise di appello gli diede ragione. Addirittura, a proposito di uno degli indizi più pesanti, ovvero la cartuccia calibro 22 Winchester Long Rifle, serie H trovata al termine di una perquisizione durata giorni nell’orto di Pacciani, i giudici sancirono che quel ritrovamento «legittimava obbiettive e consistenti perplessità in ordine alla genuinità dell’elemento di prova». Ovvero: quell proiettile era tutt’altro che una prova.

Vent’anni dopo Piero Tony non ha cambiato idea e dice: «Contro Pacciani, al di là del giudizio sulla persona, sporco, brutto, tutto quello che si vuole, per quanto riguarda i delitti del mostro c’era poco o nulla. Anche oggi chiederei la sua assoluzione». 

La Corte di cassazione, nel 1996, annullò quella sentenza e ordinò di rifare il processo all’agricoltore di Mercatale, che però morì di infarto prima di tornare in aula. Intanto a capo della Sam, la squadra antimostro della questura di Firenze, al vicequestore Ruggero Perugini, il poliziotto che arrestò Pacciani (si veda l’intervista nelle pagine precedenti) si avvicendò il commissario Michele Giuttari. E i mostri erano diventati quattro: Pacciani e i suoi «compagni di merende»: Mario Vanni e Giancarlo Lotti - condannati però solo per alcuni dei delitti - e Giovanni Faggi, che invece a quelle «merende» evidentemente non partecipò mai, perché finì assolto.

Venne poi l’epoca delle piste sui mandanti dei delitti che commissionavano i feticci delle mutilazioni sulle vittime, magari per compiere riti esoterici. Tra magistrati e investigatori deflagra uno scontro senza precedenti, con strascichi penali e disciplinari, finché il fascicolo con le nuove tesi di indagine viene preso in carico dalla Procura di Perugia.

I giornalisti che non si allineano alle teorie del nuovo magistrato, Piero Mignini, vengono denunciati, interrogati, persino arrestati con l’accusa di depistaggio e concorso in omicidio. Cadaveri eccellenti vengono riesumati per dimostrare, senza successo, un ruolo della massoneria negli omicidi. Scrisse Pier Luigi Vigna, il magistrato che per vent’anni dette la caccia al mostro e firmò l’arresto di Pacciani: «L’inchiesta sul mostro di Firenze è una di quelle che può far perdere la testa, può diventare un’ossessione e portare in territori inesplorati dove il confine tra vero, verosimile, inverosimile e assurdo diventa talmente labile da scomparire». Poi, è calato un lungo silenzio. Fino all’esposto dell’avvocato Vieri Adriani, ai nuovi indagati e all’ipotesi del ricorso alla Corte europea. Perché, in assenza di una verità certa, ci sarà sempre qualcuno che, come il mugnaio di Bertold Brecht, continuerà a cercare un giudice, foss’anche a Strasburgo. 

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