Marijuana libera: state con Veronesi o Garattini?

Un colpo alle mafie come dice Veronesi oppure una ingiustificabile resa educativa come sostiene Garattini? Anche la comunità scientifica è divisa sui danni provocati dai canabinoidi.  Secondo voi chi ha ragione?

Umberto Veronesi e Silvio Garattini – Credits: ANSA

Legalizzare il consumo di cannabis anche a uso ricreativo? Seguire l'esempio del Colorado e dello Stato di Washington che, con due referendum nel 2013, hanno liberalizzato la produzione e la vendita di marijuana? Si è scatenato un vivace dibattito in Italia, anche a mezzo stampa, che ha diviso l'opinione pubblica, soprattutto dopo il via libera alla produzione di cannabis per uso terapeutico da parte dell'esercito.

Un dibattito acceso che ha spaccato in due persino la comunità scientifica, con Umberto Veronesi capofila di chi sostiene che la legalizzazione della cannabis a uso ricreativo darebbe un duro colpo anche alle mafie e Silvio Garattini, convinto che un sì alla liberalizzazione della cannabis sarebbe un grave errore: «La marijuana - sostiene il più noto oncologo italiano, all'indomani del sì alla legalizzazione della marijuana a fini terapeutici - è un ottimo farmaco. Siccome è anche uno stupefacente, si ha sempre paura ad usarlo. Invece è ottimo contro il dolore, contro i malesseri, contro il vomito, è un sedativo. È giustissimo usarla e coltivarla». Primo firmatario di un appello pubblicato su L'Espresso per la legalizzazione tout court dei cannabinoidi , Veronesi si è detto favorevole all'abolizione della Fini-Giovanardi non solo perché riempie le carceri italiane di piccoli spacciatori e consumatori, ma proprio per l'inefficacia storica delle ricette proibizioniste, oltre che per ragioni di ordine scientifico che rendono la marijuana comunque mille volte meno dannosa di alcol e tabacco. «La realtà dei fatti ci dimostra che rendere la cannabis un piccolo crimine non serve affatto a ridurne il consumo e che se rendiamo criminali i consumatori di droga, li obblighiamo soltanto ad uscire dalla legalità e dal controllo, senza che smettano di drogarsi». Quanti ai danni Veronesi è stato più volte nettissimo: «La marijuana fa male? Come ministro della Salute, quando ricoprii l’incarico anni or sono, mi posi anch’io questa domanda. E me la posi anche come medico e soprattutto come padre di famiglia. Ebbene, la commissione scientifica che avevo nominato concluse che i cosiddetti ‘danni da spinello’ sono praticamente inesistenti».

Chi è contrario ribatte che è immorale che lo Stato possa trarre profitto dalla vendita di un prodotto che, comunque la si pensi, è uno stupefacente. E che potrebbe essere considerato la porta per nuove droghe.  Tra gli scienziati contrari alla legalizzazione della cannabis c'è Silvio Garattini, direttore dell'istituto ricerche farmacologiche del Mario Negri: «È dimostrato che nel tempo il suo utilizzo aumenta l’incidenza di malattie psichiatriche, soprattutto nei giovani, e a causa dei metodi con cui viene fumata ha un alto potere cancerogeno, superiore anche a quello delle sigarette». Non contrario all'uso terapeutico della marijuana, se le prove scientifiche dovessero dimostrare una sua utilità per alleviare i dolori di persone affette da malattie croniche, Garattini si è detto contrario alla legalizzazione anche per una ragione legata alle migliorie produttive che hanno moltiplicato la quantità di Thc contenuta nell'erba che arriva sulle nostre piazze: «Negli ultimi anni poi è aumentata moltissimo la quantità di principio attivo contenuta nelle preparazioni, che hanno quindi un effetto sul sistema nervoso superiore a quanto si ritiene normalmente».

A sua volta Giovanni Belardelli, in un articolo sul Corsera intitolato La resa educativa degli slogan sulla cannabis , mette l'accento sui rischi valoriali di quella svolta antiproibizionista che sono in molti - anche tra gli intellettuali occidentali - a chiedere: «Spesso, dietro il consumo di droghe, pesanti o leggere che siano, ci sono le difficoltà esistenziali, la crisi dei valori, le prospettive grigie di vita in cui si dibattono molti giovani. Ma su tutto questo la generazione dei baby boomers sembra non sapere interrogarsi davvero, nonostante abbia gravi responsabilità per la situazione in cui versano i propri figli e nipoti». Insomma, l'avanzata della cultuta antiproibizionista sarebbe, per chi è contrario alla liberalizzazione, la spia di una crisi valoriale profonda non solo del nostro Paese ma anche della cultura occidentale. Secondo voi, chi ha ragione?

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