Cronaca

Mafia Capitale non è Mafia

Ecco cosa c'è dietro la decisione della Corte di Cassazione che si è pronunciata sull'inchiesta legata a Carminati & soci a Roma

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Giorgio Sturlese Tosi

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Gli ermellini hanno atteso che Giuseppe Pignatone andasse in pensione, che lasciasse la carica di procuratore di Roma e, da pensionato, ricoprisse quella di presidente del Tribunale del Vaticano, per cancellare in pochi minuti di lettura della sentenza i frutti del suo lavoro più importante, l’inchiesta del Mondo di Mezzo su Mafia Capitale. La corte di Cassazione ha infatti annullato la sentenza della corte d’Appello di Roma che aveva riconosciuto l’associazione mafiosa per l’ex dominus delle coop rosse di Roma, Salvatore Buzzi, e per l’ex Nar della banda della Magliana Massimo Carminati, detto “er Cecato”.

Due criminali che, ognuno nel suo ambito, avevano condizionato la politica e gli affari della Capitale, attraverso la corruzione, le violenze, il traffico di influenza finalizzate alle turbative d’asta, ad accaparrarsi appalti pubblici, infettando Roma e accelerando - e agevolando – il fallimento delle amministrazioni comunali, da Alemanno a Marino. Gli arresti del 2014 provocarono un terremoto che spianò la strada al Campidoglio al Movimento 5 Stelle, che al grido “onestà, onestà!” lo espugnò.

La tesi della procura di Pignatone, ardita e discussa fin da subito, fu che, oltre lo stretto di Messina, lontano dalle grotte dell’Aspromonte e senza passare dai vicoli partenopei esistesse anche una mafia capitolina, “autonoma, originaria e originale”. Ma in Italia le corti fanno fatica a affibbiare l’aggravante mafiosa prevista dall’articolo 416 bis – nato nel 19982 per contrastare la mafia siciliana – a boss di provenienza diversa (che siano albanesi, cinesi, nigeriani o, in questo caso, romani). E così della mafiosità della suburra ne parleranno solo romanzi e film, perché arte e letteratura sono più lungimiranti e perspicaci dei codicilli. E resteranno negli annali della cronaca giudiziaria alcune delle frasi pronunciate dagli imputati assurte a paradigma. Come quella pronunciata da Salvatore Buzzi che, intercettato, diceva: “Tu c’hai idea de quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende de meno”. O quella di Carminati, che ha dato il nome all’inchiesta del Ros dei carabinieri: “Ci sono i vivi sopra e i morti sotto e noi in mezzo”.

A Roma però la mafia non c’è (resiste invece a Ostia, dove operavano i clan Casamonica e Fasciani). Del resto già un primo verdetto, nel 2017, aveva bocciato la tesi della procura di Roma, riconoscendo le associazioni a delinquere semplici. Un giudizio ribaltato dalla sentenza d’Appello l’anno successivo. Fu la vittoria dei pm Cascini, Ielo e Tescaroli, coordinati appunto da Giuseppe Pignatone. Ma la Sesta sezione penale del Cassazione, presieduta da Giorgio Fidelbo, ha ribaltato il verdetto e rimandato ad un nuovo processo d’appello per rideterminare le pene in virtù della nuova sentenza.

Con Carminati e Buzzi sono da rivedere dunque le condanne, tra gli altri, di Luca Gramazio, ex capogruppo di Fi in Regione Lazio, Franco Panzironi, già capo di Ama, la municipalizzata dei rifiuti. Poco cambia, vista la conferma delle condanne per Mirko Coratti, ex presidente del consiglio comunale di Roma in quota Pd, del consigliere comunale Giordano Tredicine (Fi) e di altri coimputati. Quello che conterà davvero, però, sono le motivazioni della sentenza della Cassazione che molti, non solo a Roma, attendono con apprensione, per le implicazioni che potrebbero avere su decine di inchieste e processi per mafia in tutta Italia, escluse quelle dove operano i mafiosi originali con tanto di coppola. 

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