Jolly Nero e la scia di sangue e misteri della Linea Messina

Dalla strage di due giorni fa al traffico di rifiuti tossici e radioattivi.Trent'anni di morti e "misteri" della compagnia navale genovese Messina

Il mercantile Jolly Nero, della Linea Messina, progatonista dell'incidente al porto di Genova (Credits: GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Nadia Francalacci

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Le navi della flotta Messina sono “maledette”. Il nome Jolly, che indica proprio la versatilità di trasporto merci delle stesse imbarcazioni, è da oltre 30 anni legato ad una scia di sangue, sospetti traffici di armi e scorie radioattive.

Dalle carette del mare cariche di scorie tossiche che la ‘Ndrangheta avrebbe affondato davanti alle coste della Calabria, fino agli incidenti che hanno visto protagoniste in Italia e all’estero, la Jolly Blu, la Jolly Grigio, la Jolly Amaranto, la Jolly Rubino, Jolly Marrone e adesso la Jolly Nero.  

Solamente negli  ultimi 15 anni sono morte a bordo della navi della linea Messina o a causa delle loro manovre sbagliate, 13 persone. Dieci solamente a Genova. E di questi sette per il crollo della torre dei piloti. Tre, invece, gli incidenti mortali sul lavoro a bordo rispettivamente della Jolly Marrone, della Jolly Blu e della Jolly Rosso mentre altrettanti uomini hanno perso la vita negli scontri in mare con altrettanti Jolly.

Nell’agosto del 2011 al largo di Ischia, il Jolly Grigio, entrò in rotta di collisione con un peschereccio, il Giovanni Padre. La nave andò affondo e morirono due persone. Ma nonostante questo, il Jolly Grigio proseguì la navigazione. Furono un gruppo di pescatori che videro la collisione a dare l’allarme alla capitaneria di Porto altrimenti dalla plancia comando dell Jolly non sarebbe mai arrivata nessuna comunicazione.

Infatti, furono arrestati il timoniere e il terzo ufficiale del Jolly Grigio in quanto dichiararono di non essersi mai accorti di avere travolto il peschereccio. Una dichiarazione smentita dalla scatola nera che Panorama.it ha pubblicato in esclusiva lo scorso anno. Dalle registrazioni impresse sul Vdr si sente chiaramente “Cazzo li abbiamo presi” e poi un “vabbuò” del comandante chiamato di corsa in plancia comando dopo la collisione.  

A distanza di due anni, i resti dei due pescatori, padre e figlio, sono ancora intrappolati in quel che resta del relitto del Giovanni Padre.

Otto anni prima, nel 2003, sempre nelle acque del Mar Tirreno davanti a Piombino un altro morto delle imbarcazioni Jolly. Questa volta è il Jolly Blu a travolgere il peschereccio San Mauro I, partito dal porto di Livorno. La barca affondò immediatamente come per il Giovanni Padre e perse la vita una delle persone a bordo. In 4 furono processati per naufragio colposo e omicidio colposo.

Ma le navi della Linea Messina sono “macchiate” oltre che dal sangue anche da una serie di sospetti.

La Jolly Rosso è forse il capitolo più inquietante dell’intera storia della società di navigazione genovese. Fu proprio lei che dopo essere trasformata da cargo in nave, a trasportare per anni per conto del governo, migliaia di fusti di rifiuti tossici tra il Libano e l’Italia. Nel 1990 la Jolly Rosso si arena davanti ad Amantea, in provincia di Cosenza dopo aver 'fluttuato' davanti alla costa per ore, alla deriva.L’equipaggio dovette abbandonare la nave perché stava imbarcando acqua dalle numerose falle che si erano aperte nello scafo.

Ma incredibilmente non è mai stata fatta luce sulla causa di quelle falle. Lo scafo fu completamente "eroso" dalle sostanze tossiche o radioattive che trasportava? Ufficialmente su quella nave c’era solo tabacco e generi di consumo ma secondo alcune ricostruzioni giornalistiche e alcune ipotesi di indagini, in realtà  nella stiva della Jolly Rosso c’erano sostante pericolosissime. La magistratura aprì tre inchieste che però chiuse poco dopo: tutte archiviate. In questo modo non fu mai accertato che fine fecero i rifiuti prelevati dalla stiva della Rosso: molti furono “smaltiti” nelle discariche calabresi altre sostanze radioattive però furono rintracciare anche in un fiume non molto lontano da dove si arenò la nave.

Purtroppo legata alla misteriosa storia di questa nave e dei suoi traffici, c’è anche morte del capitano Natale De Grazia, l’ufficiale della Capitaneria di porto stroncato nel dicembre 1995, a 38 anni, da un attacco cardiaco. Peccato però che De Grazia fosse in ottima salute. Il capitano faceva parte del pool che indagava sulle navi dei veleni e che seguiva dunque una pista che lo aveva portato a toccare anche vicende come la morte in Somalia della giornalista Rai Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.

Poi ci sono gli “inconvenienti” della Jolly Turchese e della Jolly Amaranto e Jolly Rubino.
Il nome della prima spunta durante la Guerra del Golfo nel 1990: i carabinieri sequestrano in tutta Italia componenti di armi pesanti diretti in Iraq che sarebbero stati utilizzati dal governo locale per realizzare dei super cannoni. Queste armi dovevano essere caricate illegalmente sulla Jolly Turchese.
Nel 2010 la Jolly Amaranto  “semina” una decina di container carichi di merci pericolose mentre navigava nel Mediterraneo davanti alle coste dell’Egitto. La Jolly Rubino, invece, nel 2002 si arena in Sud Africa a seguito di un incendio a bordo. L’equipaggio di 22 persone dovette abbandonare la nave che però si incagliò vicino a una riserva naturale.

Ma anche l’incidente avvenuto due giorni fa ha un precedente, sempre nel porto di Genova, che porta la firma della Linea Messina e di un dei suoi Jolly. Risale alla notte del 16 ottobre 2002. Questa volta è il Jolly Verde, un portacontainer da 30mila tonnellate che in fase di manovra sperona Ponte Libia e abbatte una gru alta oltre 40 metri.
Il fato volle che quella collisione avvenisse in piena notte, altrimenti sarebbe stata l’ennesima tragedia sul lavoro.  

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