Cronaca

Isola del Giglio: è allarme inquinamento dei fondali

A sei anni dal naufragio della Costa Concordia, ecco perché è raddoppiata l'area marina da bonificare

CONCORDIA: 4 ANNI FA L'ULTIMA CROCIERA

Nadia Francalacci

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"Il nostro obiettivo è che quello specchio di mare torni ad essere tutto pulito. Che non rimanga niente a ricordare la presenza della Concordia".

Era il 13 maggio 2015 quando queste parole furono pronunciate ai giornalisti da Silvio Bartolotti, patron dell’azienda italo-americana Micoperi, pochi mesi dopo essersi aggiudicato l’appalto da 85 milioni di dollari per la pulizia dei fondali antistanti il Giglio sporcati (inquinati) dal relitto della nave da crociera.

All’epoca, sul viso degli abitanti dell’isola toscana spuntò un sorriso di speranza. E quando, Bartolotti concluse il discorso con “spero proprio di riuscire a chiudere entro la fine dell’anno”, tutti iniziarono ad esultare.

Dopo quel 31 dicembre 2015, però, giorno dopo giorno, quel sorriso si è prima trasformato in delusione poi in rabbia e infine in sconforto.

Oggi, 30 giugno 2017, infatti, all’inizio di una nuova (la sesta) stagione balneare, quelle parole  suonano addirittura come una beffa. Una ulteriore beffa.

Cosa è successo

In oltre cinque anni, tanti ne sono trascorsi dal naufragio avvenuto in data 13 gennaio 2012, il comandante Francesco Schettino ha affrontato un processo ed è finito in carcere; la Costa Concordia ha fatto la sua ultima traversata ed è stata sezionata, smaltita e cancellata dal Registro Navale così da non lasciare più nessuna traccia della sua esistenza “sfortunata”. All’isola del Giglio, invece, tutto è rimasto a quel 24 luglio 2014, ovvero il giorno in cui il relitto, tra gli applausi di tutto il Mondo, è stato disincagliato, raddrizzato e portato a Genova.

Mentre il relitto solcava goffamente il Mar Tirreno, però, i suoi spettatori che ne seguivano il suo ultimo viaggio, dimenticavano a mano a mano che si allontanava dall’isolotto toscano, la devastazione che stava lasciando dietro di sé: una montagna di detriti, piattaforme di metallo, sacchi di cemento e additivi chimici, senza dimenticare anche le stupende rocce di granito trivellate come un formaggio groviera.


Gli scogli de Le Scole, infatti, continuano a portare ancora tutti i segni dell’impatto con la nave e non solo per la presenza “ingombrate” (ma necessaria) dei mezzi dell’azienda Micoperi che dovrebbero terminare i lavori a dicembre 2017, ma per tutto quello che ancora c’è sui fondali e che è destinato a rimanere lì per sempre.

Altro che, come disse Bartolotti, “non rimanga niente a ricordare la presenza della Concordia”.  

Tonnellate di cemento sul fondale

Ed ecco la beffa. Che viene comunicata agli abitanti del Giglio proprio in questi ultimi giorni: a distanza di quasi tre anni dall'inizio dei lavori, l’inquinamento provocato dal naufragio Concordia non è diminuito, anzi, è incredibilmente aumentato. E neppure di poco: di migliaia di metri quadrati.

Se l’area iniziale da “riportare” all’antico splendore ovvero da riconsegnare alle praterie di Posidonia Oceanica e alle specie Pinna Nobilis era di 23.486 metri quadrati, al 7 giugno 2017 è diventata di 42 mila metri quadrati. Con la precisione: 41.743,10 mq. 

Nelle mappe contenute nella relazione dell'Università La Sapienza a firma del professor Ardizzone e del dottor Andrea Belluscio, la distribuzione originaria dei detriti pari a poco più di 23 mila metri quadrati era concentrata a nord e sud di Punta della Gabbianara fino ad una "profondità di una novantina di metri con la maggiore concentrazione tra i 45 e i 60 metri".  

Le cause del danno

Dunque, com'è possibile registrare un così sensibile aumento? Che cosa è successo?

Se sono scomparse le valigie, le scarpe, i piatti, le sedie, i materassi, le pellicce che nell’impatto si erano adagiate sul fondo, sono spuntate tonnellate di cemento fuoriuscito da una parte delle 1.396 sacche posizionate per creare il piano artificiale, fra la parete rocciosa e le piattaforme metalliche, indispensabile per raddrizzare il relitto.

La malta cementizia mescolata ad altri additivi chimici è “colata” tra le rocce, si è solidificata con il granito sterminando quello che l’Istituto superiore per la protezione civile e la ricerca ambientale (ISPRA), classificò come "habitat Scogliere Rocciose". E con gli scogli, ovviamente, tutto il resto.

Ma non è ancora finita: quel cemento che si è solidificato non può più essere rimosso.

Certamente non sono state di (grande) conforto, per i gigliesi, le parole del prof. Ardizzone, biologo marino dell’Università La Sapienza di Roma: “L’ormai famoso cemento penetrato in alcuni anfratti rocciosi – ha cercato di tranquillizzare Ardizzone – è inerte in quanto ormai solidificato. Abbiamo deciso di lasciarlo dov’è perché tra pochi mesi, al pari delle rocce granitiche in cui è ormai conglobato, sarà colonizzato da alghe ed organismi coralligeni. Del resto noi biologi siamo soliti immergere grandi blocchi di cemento nelle zone costiere sabbiose per favorire il ripopolamento ittico dei litorali.” 

Oltre a questo "ci sono pezzi di queste sacche contenenti cemento, in parte deteriorate delle mareggiate che a seconda di come gira il vento, galleggiano “infestando” il mare antistante l’isola", raccontano a Panorama.it i gigliesi.

Non è finita. Il bilancio a cinque anni di distanza dal naufragio è davvero inquietante. Oltre alle tonnellate di cemento “fuso” con il granito, ci sono anche tonnellate di blocchi di cemento che essendosi solidificate al di fuori degli scogli non possono essere aspirate dai macchinari se pur sofisticati della Micoperi e che debbono essere necessariamente eliminati manualmente.

Quel disastro ha cancellato uno dei fondali più affascinanti d’Italia, nel cuore dell’Arcipelago Toscano e in un’area protetta classificata come Santuario dei cetacei, meta per decenni e decenni di subacquei, studiosi italiani e stranieri e persino di scienziati attratti dalla sua flora e fauna marina, oggi quasi completamente cementificata.

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