Figli di immigrati: per loro l'integrazione è già realtà

Un sondaggio delle Acli dichiara che oltre il 65% della seconda generazione presente in Italia è inserita nel mercato del lavoro

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Orazio La Rocca

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Lavorano, sono integrati, aiutano i genitori disoccupati, ma sono cittadini di serie “B” perchè privi della cittadinanza italiana pur essendo nati nel nostro Paese. Sono i figli di seconda generazione di immigrati che, secondo un nuovo sondaggio delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani), dichiarano per oltre il 65% di avere una occupazione e sono inseriti nel mercato del lavoro. Il resto, svolge mansioni saltuarie, si adatta ad affrontare lavori a tempo determinato, offrendo manodopera nell'agricoltura, nell'edilizia e nei servizi. Come i giovani italiani.

E così, mentre il Parlamento blocca la legge sullo Ius Soli le Acli, la più grande organizzazione cristiana impegnata nel mondo del lavoro con oltre 500 mila iscritti, mettendo in pratica le ripetute esortazioni di papa Francesco sulla “necessità” di dare accoglienza a profughi e immigrati aprendo le porte e anche attraverso lo Ius Soli, “certificano” che i figli degli stranieri nati in Italia sono “già inseriti nel nostro tessuto socio-lavorativo ed aiutano i genitori disoccupati”.

Il sondaggio è stato svolto attraverso un campione di 2500 giovani di famiglie di stranieri in tutte le regioni di età compresa tra i 19 e i 29 anni. Per la prima volta viene presentato al cinquantesimo convegno nazionale del Centro Studi Acli a Napoli dedicato al tema “Le seconde generazioni in Italia: integrate e dinamiche”, presenti sindacalisti, politici, lavoratori, immigrati.

Il lavoro per l'integrazione

 “In questi ultimi mesi, sul tema del lavoro e degli immigrati – spiega il presidente delle Acli Roberto Rossini - ai dati oggettivi sul fenomeno si è preferito dare seguito a una serie di notizie che non avevano alcun fondamento reale per influenzare l’opinione pubblica. I risultati della ricerca, invece, sono un primo tentativo di ristabilire la verità e ci dicono che il lavoro può essere un importante strumento d’integrazione per tutti quei ragazzi nati nel nostro Paese, ma figli di genitori non italiani”.

Secondo la ricerca, il 63,8% degli immigrati di seconda generazione lavora. In particolare, il 24,7% ha un “impiego stabile”, il 65,8% “un lavoro precario”, mentre il 9,6% dichiara di aver iniziato un percorso di avviamento al lavoro (Servizio Civile, formazione professionale, etc…), un quadro socio-lavorativo molto vicino a quello dei giovani italiani (inseriti nel mercato del lavoro al 66%) e che dimostra quanto il tasso di inserimento delle seconde generazioni di immigrati sia molto elevato: “È un messaggio che ci piace lanciare – sottolinea Rossini - proprio in occasione del nostro incontro nazionale di studi dedicato ai giovani e al lavoro. Perché il valore del lavoro è anche quello di costruire una società più equa, sostenibile e solidale”.

Sempre dal sondaggio delle Acli emerge che il 50 % delle seconde generazioni di immigrati “svolge o ha svolto” un doppio lavoro. Dieci punti in più rispetto ai ragazzi italiani (che scendono al 40,9). “C'è sostanzialmente tra i giovani immigrati un forte impulso per creare le basi per una robusta e definitiva integrazione nel nostro Paese”, spiegano gli autori del focus.

Che lavori fanno

Il sondaggio mette anche a fuoco il tipo di lavoro dei giovani immigrati: il 40,7% dei giovani nel commercio o nei servizi, il 27,2% nei lavori di ufficio, il 19,8% in professioni tecniche, l'8,6% sono operai o impiegati in attività professionali non qualificate e solo il 3,7% in impieghi ad alta specializzazione.

I dati della ricerca, inoltre, evidenziano che oltre l'82% delle seconde generazioni, pur di lavorare, si adatta a svolgere mansioni differenti dalla propria specializzazione. “Si tratta di deroghe, più o meno volontarie – commentano alle Acli -, rispetto agli standard normativi e contrattuali: lavorare di più, rinunciare alle ferie, essere disposti a lavorare anche nei festivi e così via, sino ad arrivare alla situazione più estrema, al completo svuotamento del rapporto di lavoro, in favore di un mero scambio tra prestazione e denaro, ovvero lavorare "in nero". Il tutto per mantenere il lavoro o, dal punto di vista dell'impresa, tenere alta la produttività”. Un aspetto, avvertono alle Acli, su cui i sindacati dovrebbero vigilare con maggiore attenzione.

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