Cronaca di un femminicidio annunciato

Il caso di Rosi Bonanno: uccisa dal fidanzato e dalla troppa burocrazia

Rosi Bonanno con il compagno Benedetto Conti

Carmelo Caruso

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Ma può la giustizia essere solo un fascicolo? Due denunce, una segnalazione ai carabinieri, un aborto, un tentato suicidio: cos’altro avrebbe dovuto fare Rosi Bonanno, uccisa con 16 coltellate di fronte a suo figlio di soli 24 mesi, perché procura, servizi sociali, polizia, carabinieri si accorgessero che il diritto non può mai essere soltanto una procedura? E come può dare riposo quest’altro decreto del tribunale dei minorenni, il n° 587 del 15 maggio 2013, che autorizzava e incaricava i servizi sociali di Villabate o Palermo di valutare, e qualora necessario trasferire, questa madre insieme al suo piccolo in «idonea comunità», senza che ciò venisse fatto fino al giorno in cui è stata uccisa dal compagno padrone Benedetto Conti?

Se la giustizia fosse un automatismo della burocrazia, Rosi non avrebbe mai dovuto trovarsi in quel condominio di via Orecchiuta che è un’enclave medioevale di Palermo tutta case popolari, vie strette e in salita, l’asilo di un sottoproletariato che la città ha espulso dal suo cuore. Non c’è adesso procuratore che non rivendichi zelo, l’espletamento esemplare dell’istruttoria, giudice che non si faccia forte del linguaggio sempre oscuro della legge. Ed è evidente che in questo ennesimo femminicidio il codice sia l’ultima arma che viene usata contro questa donna uccisa, a soli 26 anni, dal compagno di 40 nella stessa cucina dove ora viene pianta dalla madre e dalla solita processione di vicini che gestiscono il lutto.

Rischiano di essere una conta al ribasso quasi assolutoria anche le «sole» due denunce, e non sei come dichiarava la famiglia in un primo momento, che la ragazza aveva sporto nel maggio 2010 alla polizia e il 2 agosto 2011 ai carabinieri. Le uniche ricevute in procura e archiviate: la prima dopo 18 mesi e la seconda il 10 agosto 2012, in seguito alle ritrattazioni della ragazza, costretta dalle minacce del compagno. Ogni denuncia è arrivata in procura dopo 24 ore, però non sono bastati due fascicoli aperti, due istruttorie, per comprendere che la remissività con cui sono state sminuite fosse la conferma degli abusi.

Non è solo un diario di violenze, quelle che ha subito questa donna durante la sua convivenza, ma il retaggio di un codice atavico, tanto da non poter girare di notte le spalle al marito perché «girandosi gli mancava di rispetto», ricorda la madre Teresa Matassa. In quest’isola il femminicidio di Rosi Bonanno è solo l’ultimo atto della vessazione inflitta da compagno, suoceri, un girovagare di cinque domicili, la decisione di un aborto nel 2010, la violenza sessuale che aveva imparato a subire dallo stesso uomo che l’aveva ridotta a donna di tutti, un accattone pasoliniano in cerca di denaro che non esitava a vendersi l’arredamento di casa per i suoi vizi. Ma moltiplica la morte l’indulgenza che si respira di fronte a questo delitto, il richiamo di tutti alla inevitabilità.

Procura e servizi sociali sembrano tutti generali Carlo Alberto Dalla Chiesa a cui la legge non ha dato poteri straordinari. «Una volta che la vittima ritratta cosa altro si poteva fare se non archiviare il procedimento?» dice il sostituto procuratore Maurizio Scalia, che smista le denunce che dalle caserme transitano in procura e che oggi si occupa dell’omicidio. Non ci sono stati servizi sociali (in questo caso ben due, dei comuni di Villabate e Palermo), così come procura, che abbiano considerato quelle ritrattazioni come gli indizi di un crimine futuro, le stazioni dell’ennesima crocifissione femminile interrotta da ricongiungimenti necessari per non perdere la custodia del figlio, che ora rimane attaccato come a una mammella tra le braccia del nonno.

Come fu per il pizzo, oggi l’omertà è rimanere con i mariti bastonatori con la complicità di assistenti sociali. E lo ammette pure la penalista Paola Rubino a cui si era rivolta, ma solo per una consulenza, Rosi Bonanno: «Il più delle volte le donne rappresentano il problema ma non denunciano, altre volte ritirano la querela. Il resto lo fa un sistema di organi e istituti più latente che efficiente». In quattro anni di convivenza non sono servite come prove il tentato suicidio della donna, le due denunce ritrattate, un ennesimo intervento dei carabinieri nel maggio 2012, chiamati per sedare una lite nata per l’affidamento del figlio, che precedeva il tentato suicidio di Rosi, la querela di Pietro Bonanno, padre della ragazza, che il 20 aprile 2013 denunciava l’auto danneggiata e indicava nel genero il possibile autore. Rifuggono qualsiasi responsabilità i carabinieri delle stazioni di Villabate e di Palermo, che non hanno fatto altro che raccogliere sia la denuncia sia la segnalazione e girarla in procura come procedura impone. «Ogni denuncia viene girata quotidiana- mente in procura, nessuna rimane ferma nelle stazioni, tanto più di fronte a questi reati» assicura il colonnello dei carabinieri Enrico Scandone. «È stata la donna stessa a riferirci che aveva risolto i suoi problemi e per questo ritirato la denuncia. Se manca la vittima, non si può fare altro». Così come controcanto è la sicurezza del sostituto procuratore Scalia: «Due denunce abbiamo al registro generale. La famiglia dice che ce ne fossero sei, ma noi abbiamo solo queste. Se i carabinieri non ci hanno trasmesso altre denunce non è colpa nostra». Il vicequestore Carmine Mosca definisce questo omicidio una delle tante storie di ordinario squallore palermitano: «Era una situazione di tensione reciproca e una schermaglia di denunce, anche Conti aveva denunciato una volta il suocero e un’altra volta la compagna per lesioni contro il piccolo. Non ci sarebbero mai state le condizioni per un arresto per maltrattamento».

Viene da chiedersi come avrebbe potuto difenderla questa giustizia che sa dire «non è colpa nostra», come potrebbe difendere qualsiasi donna tutto questo rosario di carte che ha come fine quello di proteggere prima di tutto la propria irreprensibilità e solo dopo la vittima. È il 10 agosto 2012 l’ultima volta (erano passati solo tre mesi da un intervento dei carabinieri, un tentato suicidio, l’affidamento del figlio ai suoceri, il ricovero di Rosi in una struttura ospedaliera) che questa donna si presenta di fronte alla giustizia chiamata dai carabinieri. «Le liti sono superate, adesso mio marito ha un lavoro, siamo tornati a vivere insieme» dice Rosi. Alla procura basta. Nessuna delle due indagini istruite da questi pm (solo a Palermo sono sei che si occupano di violenza sulle donne) è andata oltre il colloquio; non c’è lo sforzo di mettere in fila i fatti, denunce, ritrattazioni, l’instabilità residenziale, le percosse, le disposizioni del tribunale dei minorenni che toglieva il figlio alla madre, salvo riaffidarglielo.

Qui la procedura e il diritto sono uno scudo, il rimbalzo tra un ufficio e un altro, una richiesta d’immunità morale. Si sarebbe ammalata d’ingiustizia qualsiasi donna come Rosi Bonanno, che in seguito al tentato suicidio veniva dichiarata l’8 maggio 2012 da un ospedale psichiatrico «affetta di disturbo di personalità borderline in soggetto con ritardo mentale lieve», impaurita di perdere quel piccolo che il padre non aveva mai mantenuto assicurandogli la somma di 300 euro che il tribunale aveva fissato e a cui provvedeva invece Emanuele, padrino di battesimo, che gli faceva la spesa il sabato al posto dei balocchi.

«Pazza, pazza me la stanno facendo passare per pazza» grida ora la madre in coro con le zie, erinni che alzano il loro lamento per tutta Villagrazia. Non è più soltanto il sesto femminicidio che registra da inizio anno la città, ma un cortocircuito di pressappochismo gravissimo tra servizi sociali di Villabate e Palermo e il tribunale dei minorenni che aveva spedito quel de- creto di cui il comune fino al 13 luglio 2013 non ha mai fatto menzione.

«È impossibile che i servizi sociali non abbiano mai ricevuto quel decreto. Con quel decreto avrebbero potuto portarla lontano da quella casa se fosse stato necessario» dice il presidente del tribunale dei minorenni, Concetta Sole, che smentisce i servizi sociali di Palermo, i quali per paradosso chiedevano altre carte e timbri per allontanare la donna. «Quel decreto esiste, ma avevamo sentito la ragazza e aveva preferito rimanere a casa dei genito- ri» è la risposta pilatesca dei servizi sociali del comune.

Ma per i genitori Rosi aspettava di essere trasferita: «Gli risposero che non c’erano posti». Nella nota del 10 luglio 2013 il comune dichiara che attendeva altri atti per trasferire Rosi, sebbene ne avesse già in possesso uno che sarebbe bastato. Torna a essere tutta una procedura di fascicoli, una sequela di provvedimenti e mani lavate, una tragedia che come ammonisce il parroco Santino Ardini «tutti dovevamo evitare che accadesse». Ma Rosi Bonanno è adesso una miserabile spoglia squarciata che neppure la sepoltura nasconde, né tantomeno i palloncini e le colombe bianche che soverchiano questa bara di donna che viene accompagnata al cimitero. L’ha considerata un protocollo tutta questa burocrazia. Volevano ancora inchiostro, inchiostro. Nero. Rosso.

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