Cronaca

Sicuri che la castrazione chimica non sia giusta?

Se dire castrazione fa un certo effetto, chiamiamo questa pratica in modo diverso. Ma introduciamola in Italia

castrazione chimica violenza sessuale

Mario Giordano

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Se il problema è il nome, non chiamiamola castrazione chimica. Chiamiamola Zione (senza castra), Azione, Trazione, Astrazione, o anche Genoveffa o Perdirindindina, se pare più familiare. Se fa meno paura.

Ma sinceramente non capisco come ci si possa opporre a una pratica che è di uso comune in quasi tutti i Paesi europei, Germania, Belgio, Francia, e anche quelli scandinavi, che sono considerati i più civili dal punto di vista della legislazione carceraria. Non c’è, in effetti, niente di punitivo nel dare, a chi ha commesso reati di natura sessuale, un’opportunità. Soltanto un’opportunità. Nient’altro che un’opportunità. Che si potrebbe riassumere così: vuoi provare a curarti?

Capisco che la parola castrazione faccia effetto. E non nego che qualcuno la possa anche usare proprio perché fa effetto. Di fronte allo choc provocato dai reati sessuali (circa 8 mila l’anno quelli denunciati in Italia, cioè oltre 20 al giorno: ma sappiamo benissimo che quelli denunciati sono soltanto una piccola parte) evocare le cesoie e il taglio fisico degli attributi per i colpevoli può avere una qualche efficacia mediatica. D’altra parte troppo spesso ci troviamo di fronte a stupratori seriali, maniaci sessuali, violentatori impuniti, con tendenza alla reiterazione dei reati. E troppo spesso le carceri hanno porte girevoli come quelle degli hotel e chi commette reati spaventosi si ritrova uccel di bosco, sia detto con rispetto dei veri uccelli. Libero, in ogni caso, di fare ancora del male.

Vi ricordate per esempio il famoso stupro della turista sulla spiaggia di Rimini? Il padre dei due ragazzini stranieri autori della sciagurata impresa disse ai microfoni, subito dopo l’arresto: «Poco male, tra breve torneranno liberi». La frase fece molto scalpore. Ma aveva ragione lui. Quante volte ci si trova a leggere di violenze che si ripetono, di maniaci sessuali che tornano a colpire, di pedofili che non riescono a sottrarsi alla loro malattia? E quante volte ci siamo chiesti, di fronte a reiterazioni del reato: perché non è stato fatto nulla per fermarli?
Ecco: la castrazione chimica è il tentativo di fare qualcosa per fermarli. Né più né meno. Lo ripeto: se quello che dà fastidio è il nome, lo si cambi. Anche se la sensibilità nominalistica appare eccessiva di fronte alla violenza di certi reati.  Così come appare eccessiva la preoccupazione per la salute dello stupratore, che pure è stata avanzata da più parti. Possibile che ci si preoccupi sempre più della tutela del colpevole che di quella delle vittime?  E pensare che nei giorni scorsi è stata autorizzato l’uso della chimica per bloccare lo sviluppo dei ragazzini con identità di genere confusa (maschi che si sentono femmina o viceversa). Come mai, allora, l’uso della chimica non si può autorizzare anche per bloccare gli istinti sessuali di un maniaco sessuale? Cioè i farmaci vanno bene per favorire la moltiplicazione dei bimbi trans e non per frenare la moltiplicazione degli stupri?

Per altro, nelle proposte che sono state avanzate in Italia (e finora regolarmente bocciate), l’uso del farmaco è su base strettamente volontaria e ha durata temporanea. Cioè: non è una pena che viene comminata, ma una libera scelta del colpevole di sottoporsi a una cura come alternativa alla condanna. La quale cura, per altro, ha una durata limitata nel tempo: cioè esplica i suoi effetti soltanto finché si continuano a prendere i farmaci. Quando si smette, si torna come prima. Il che fa pensare che il provvedimento ipotizzato, se ha una pecca, è quello di essere fin troppo garantista. Altro che cruento.

Non a caso, come dicevamo, esiste in tutti i Paesi europei, anche quelli con legislazioni che vengono considerati modello per questo genere di provvedimenti. Perché non farlo in Italia? Per l’appunto, non riesco a capirlo. L’unico difetto delle proposte italiane finora è quello che esse prevedono la possibilità di castrazione chimica soltanto per reati sessuali lievi, non per i più gravi (proprio perché si pone come alternativa alla pena: la ratio è che se uno commette un reato più grave la pena la deve comunque scontare). Ma se questo è il punto, allora bisogna ipotizzare una forma di castrazione (o genoveffa o perdirindindina: come volete) più  efficace, non di bloccarla al grido di «restiamo umani». Perché restare umani, finora, ha voluto dire lasciare gli stupratori seriali liberi di colpire. Varrebbe la pena pensarci prima di trovarsi di fronte alla prossima violenza, che sarà come al solito  seguita dai commenti di chi magari si chiede se certi bruti non si possano fermare. E certo che si possono fermare, perdirindindina.

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