Edoardo Frittoli

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Milano: Via Monte Nevoso, 8 (Lambrate). Mattina del 1 ottobre 1978

Tutto era cominciato dall'irruzione da parte dei Carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa nel covo milanese delle Brigate Rosse in via Monte Nevoso, 8 nello storico quartiere milanese di Lambrate. In una borsa di pelle marrone vengono ritrovati 60 fogli. Oltre ad alcune lettere scritte da Moro e mai recapitate, ci sono 49 pagine che contengono le risposte del prigioniero alle domande delle Brigate Rosse, parte del cosiddetto Memoriale Moro.

Esattamente 40 anni fa il contenuto degli scritti fu divulgato, fatto che ebbe un importante impatto nell'opinione pubblica in particolare modo per il ruolo della Democrazia Cristiana nei trent'anni della storia dell'Italia Repubblicana.

Nel memoriale, il cui contenuto fu sviluppato durante gli interrogatori delle Br nei 55 giorni di prigionia, toccando molti degli aspetti controversi ed oscuri: dagli  attacchi eversivi alle istituzioni democratiche, alla corruzione politica, agli scandali economici e finanziari. Aldo Moro fece molti ed illustri nomi, in gran parte compagni di partito come Andreotti, Piccoli, Donat Cattin, Galloni, Forlani.

Italcasse

L'Istituto di Credito delle Casse di Risparmio era un organo di secondo livello con il compito di investire la liquidità in eccesso delle Casse di Risparmio italiane. Nel 1977 fu interessato da un'ispezione da parte di Bankitalia che mise allo scoperto lo scandalo: Moro indica in Andreotti il cuore della malversazione, finalizzata al finanziamento illecito della Dc tramite favori a imprenditori "amici" come Gaetano Caltagirone (che fu in quel periodo nominato ai vertici dell'ente da Andreotti) e Nino Rovelli (Sir). Sui fondi neri al partito dello scudo crociato indagherà anche  il giornalista Mino Pecorelli, assassinato nel 1979. Lo scandalo Italcasse vide coinvolti anche Domenico Balducci (membro della Banda della Magliana) e boss mafiosi come Pippo Calò.

Giulio Andreotti

"Un regista con tanti esecutori di ordini". Così, dalla "prigione del popolo", Aldo Moro descriveva l'allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Come nel caso Italcasse, il prigioniero delle Br lo chiamava in causa per fatti ancora più gravi, che avevano segnato con il sangue la storia italiana degli anni della "strategia della tensione". Con sentito dolore Aldo Moro dipingeva il leader democristiano come un freddo calcolatore, con una smodata sete di potere, al quale veniva attribuito un ruolo centrale nella destabilizzazione eversiva. Tra le righe del memoriale dedicate al "divo Giulio" il Presidente democristiano palesava la propria quarantennale diffidenza nei confronti di Andreotti, ben descritta nell'analisi della carriera politica di quest'ultimo. Moro lo accusava di avere sempre cercato il suo appoggio alla ricerca di investiture e cariche nel partito, per poi averlo lasciato come vittima sacrificale nelle mani delle Brigate Rosse per i propri personali sogni di gloria. Moro dipingeva Giulio Andreotti come un uomo privo di sentimenti, con la pretesa di identificarsi vanamente con la figura di Alcide de Gasperi, di cui fu il delfino. Lo accusava persino di aver abbracciato il Maresciallo Rodolfo Graziani nei primi anni del dopoguerra, segno di contiguità al defunto regime fascista. La grande colpa di Andreotti sarebbe stata quella di avere alimentato la  divisione politico-ideologica dell'Italia uscita dalla guerra civile, provocando una frattura mai sanata dopo l'esclusione dei partiti frontisti dagli incarichi di governo e la formazione dell'esecutivo con i liberali. Nello scritto riferito all'allora Primo Ministro, Moro faceva riferimento all'amicizia pericolosa tra Andreotti e Michele Sindona e metteva in guardia Berlinguer da colui che avrebbe mandato a morte l'alleato ideatore della "strategia dell'attenzione" verso il Pci.

La trattativa con le Brigate Rosse

Aldo Moro, nell'affrontare il tema della trattativa con i terroristi, premette di essere lucido e in pieno possesso delle proprie facoltà intellettuali al momento della stesura. La sua è una denuncia integrale della posizione di "fermezza" assunta da Dc e Pci durante i giorni della sua prigionia. Da giurista, Moro affermava che il principio di legalità di una democrazia non può basarsi sul sacrificio di vittime innocenti. Secondo il prigioniero, la Democrazia Cristiana avrebbe abbracciato incondizionatamente la linea della fermezza per trarne vantaggio, emergendo come pilastro della legalità dopo la crisi politica ed elettorale che aveva colpito il partito negli anni delle rivendicazioni sociali dal 1968 fino al successo comunista del 1976.

L'eversione in Italia

Aldo Moro si concentra principalmente su tre fatti di eccezionale gravità, che i brigatisti avevano descritto nei comunicati come sommersi da una montagna di "omissis": il tentativo di golpe organizzato dal Generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo nel 1964 (noto anche come "piano solo"); la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e il golpe Borghese del 1970.

Sul caso De Lorenzo, Moro faceva i nomi di chi nella Democrazia Cristiana era al corrente del piano eversivo, sostenendo la posizione del Generale come pedina e di fatto scagionandolo. Il motivo della sua difesa sarebbe da ricercare nella lunga collaborazione tra Moro e De Lorenzo, in particolare nel ruolo di difesa dell'ordine pubblico che il generale garantì in occasione della grave situazione di tensione sociale nata dopo i fatti di Genova del 1960 supportando Moro nell'azione di sfiducia al governo Tambroni ed aprendo di fatto la via alla lunga esperienza politica del centro-sinistra.

Su Piazza Fontana lo statista democristiano affermava la propria originaria diffidenza sulla piega che presero le indagini all'indomani dei fatti, la cosiddetta "pista rossa" che vide coinvolti Pinelli e Valpreda. Moro traeva questa conclusione partendo dal fatto che gli inquirenti fossero tutti uomini politicamente orientati a destra, che non avrebbero potuto prendere altre direzioni se non indagare negli ambienti anarchici. Sul golpe Borghese infine, il redattore del memoriale ne sottolinea la pericolosità e la reale minaccia che il tentativo rappresentò nel 1970,  tesi supportata dal fatto che il colpo di stato sarebbe stato avvallato da una parte significativa dei vertici dell'Esercito e del Ministero degli Interni.

La questione palestinese, l'ingerenza dell'Europa nella politica italiana, il mancato appoggio della Dc a Paolo VI

Una parte delle pagine dattiloscritte e corrette a penna da Moro riguardava la questione palestinese, con particolare riferimento al cosiddetto "lodo Moro", ossia il patto di non-belligeranza con i terroristi del FPLP di Abu Nidal raggiunto dal leader Dc per tramite dell'uomo del Sid a Beirut, Colonnello Stefano Giovannone. L'accordo, nel quale era stato coinvolto anche Vito Miceli, prevedeva lo scambio di prigionieri delle organizzazioni terroristiche palestinesi in cambio della salvaguardia del territorio italiano da attentati. Moro aveva incluso l'esempio del lodo per dimostrare che gli stessi soggetti che allora negavano la trattativa ai fini della sua liberazione, all'epoca accettarono senza dubbi lo scambio.

Il capitolo Europa viene affrontato partendo da un fatto che aveva interessato i rapporti tra la Comunità Europea e la politica italiana, risalente al 1964.

Il francese Robert Marjolin era all'epoca vice-presidente della CEE e incontrò a Roma Aldo Moro assieme ai ministri del governo che lo statista pugliese allora presiedeva. Dal vertice emerse un atteggiamento fortemente critico, se non aggressivo nei confronti della politica economica italiana, che Moro difendeva.

Marjolin invocava senza mezzi termini una sorta di austerity ante-litteram che ebbe l'effetto di spaccare gli equilibri del centro-sinistra al governo e vanificare la speranza in un prestito europeo per tamponare gli effetti della crisi economica iniziata al termine del "boom". L'azione fu vista da molti esponenti politici come una decisa e brutale ingerenza di Bruxelles negli affari italiani.

Aldo Moro affrontava quindi uno dei temi principali del fallimento della trattativa per il suo rilascio, il mancato appoggio all'iniziativa umanitaria di Papa Paolo VI (amico personale del prigioniero) in cui anche in questo caso ci sarebbe stata una volontà di isolamento dell'idea della negoziazione da parte degli esponenti Dc influenti in Vaticano, che avrebbero fatto leva sui vertici della Santa Sede (in particolare Monsignor Clemente Riva) affinché anche il Vaticano abbracciasse la linea della fermezza.

Lo scandalo Lockheed 

Secondo Moro fu il successo del Pci alle politiche del 1976 (quelle del famoso "sorpasso") a rompere l'egemonia di trent'anni di potere democristiano, nel quale si sarebbe collocato lo scandalo della commessa militare segnata dalle tangenti per la fornitura degli aerei da trasporto Lockheed C-130. Lo stesso Moro fu sospettato fino alla vigilia della strage di via Fani di essere il personaggio-chiave del sistema delle tangenti (il famoso Antelope Cobbler). Anche in questo caso l'analisi di Moro si rivelerà anticipatrice, dichiarando nelle pagine del memoriale che la faccenda Lockheed (che porterà alle dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone) sarebbe stata solamente la punta dell'iceberg di un sistema di corruzione diffuso e radicato. Tangentopoli gli darà ragione.   

Pagine mancanti: i Servizi Segreti italiani in Libia e i rapporti Andreotti-Miceli

Non mancano, nel memoriale, i riferimenti ai rapporti Italia-Libia. O meglio non mancavano, dal momento che la parte che riguardava il ruolo degli 007 italiani in Libia risultò mancante anche dopo il ritrovamento della seconda parte del memoriale nel 1990. Nei dattiloscritti del 1978 si notavano palesi omissioni e mancati rimandi alle domande formulate dai carcerieri a riguardo. E' la maggiore e forse più rilevante omissione che riguarda entrambe le versioni ritrovate nel 1978 e nel 1990.

L'unica traccia rimasta sull'argomento è un passaggio in cui Aldo Moro loda l'operato dei Servizi italiani attivi durante il regime di Gheddafi. Tutto faceva pensare ad una sottrazione volontaria della parte riguardante l'operato del Sid, che comprendeva anche una parte su Giulio Andreotti e i suoi rapporti conflittuali con il Generale Vito Miceli.

La parte del memoriale mai ritrovata conteneva forse i segreti del caso Moro. Forse gli stessi di cui era a conoscenza Mino Pecorelli, direttore di O.P. assassinato pochi mesi dopo l'irruzione nel covo di via Monte Nevoso, il 20 marzo 1979. Esattamente un anno dopo i giorni del calvario di Aldo Moro.

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