Putin-show a Mosca, mentre Usa e Ue annaspano
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Putin-show a Mosca, mentre Usa e Ue annaspano
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Putin-show a Mosca, mentre Usa e Ue annaspano

Perché il presidente russo, che oggi ha siglato l'unificazione tra Mosca e la Crimea, rischia di vincere la battaglia politica e diplomatica contro un Occidente senza bussole. Le altre Crimee a rischio secessione  - Pericolo neonazi a Kiev?

"I luoghi della Crimea sono sacri per noi, sono il simbolo della gloria russa". Con queste parole dal sapore epico Vladimir Putin ha aperto il suo primo discorso alla Russia dopo il referendum in Crimea che ha sancito con più del 96%  dei consensi la volontà della Penisola che si trova in territorio ucraino di tornare tra le braccia di Mosca. 

Quarantadue minuti durante i quali il presidente russo si è tolto più di qualche sassolino dalle scarpe, sia nei confronti degli americani che degli europei, forte dei numeri e - soprattutto - forte dell'incapacità dei suoi avversari di sostenere una linea comune.

Subito dopo il suo intervento, Putin e i leader della Crimea hanno siglato un accordo per riunificare la regione sul Mar Nero a Mosca dopo sessanta anni di separazione, decisa da Nikita Khruscev nel 1954. Una riunificazione voluta tanto in Crimea quanto in Russia , a quanto si legge negli ultimi sondaggi. E non è un caso che il discorso di Putin abbia avuto immediati effetti benefici sul rublo, che oggi ha guadagnato sia sul dollaro che sull'euro dopo un periodo di caduta libera.

Intanto, mentre il capo del Cremlino parlava, solerti operai a Simferopoli staccavano una per una le lettere ucraine dalla facciata della loro Rada, il parlamentino della Crimea. Ma, anche su questo, il presidente russo è stato chiaro: in Crimea verranno rispettate tutte le lingue parlate dalle minoranze, che sono tre: ucraina, russa e tatara. In più, Putin ha sottolineato che la Russia non ha alcuna intenzione né programma di "annettere" altri pezzi del territorio ucraino.

Come a dire: prendi delle spezie con i gloriosi aromi della Storia, aggiungi un pizzico di alta diplomazia e il piatto è servito. Dopo il successo sulle cose siriane, oggi Putin sul palcoscenico internazionale si è aggiudicato un nuovo successo, mediatico e politico. Tra l'altro, non è ben chiaro cosa accadrà alla Crimea, perché il capo del Cremlino ha sì riconosciuto l'indipendenza del Paese, ma non ha parlato di un'adesione tout-court.

E' possibile che i legislatori di Mosca stiano studiando uno statuto ad hoc per inserire la Crimea nella Federazione, pur lasciandola "indipendente". Sottigliezze giuridiche? Non solo, perché tutto questo si traduce in un tris d'assi in mano a Putin, seduto a un tavolo da gioco dove i suoi diretti avversari annaspano. Il discorso del presidente russo, al netto della retorica nazionalista, di fatto lascia aperta la porta a ulteriori negoziazioni con Kiev. 

E non è un caso che molti americani vorrebbero a capo della Casa Bianca proprio lo zar di Mosca. Il quotidiano conservatore con sede a Washington The Daily Caller ha proposto un curioso sondaggio ai suoi lettori, chiedendo loro chi vorrebbero come presidente , se Putin oppure Obama. Si può votare online e al momento Vladimir batte Barack 56 (per cento) a 44. La rilevazione fa il paio con quella diffusa da YouGov a settembre del 2013, subito dopo la conclusione della fase estiva della crisi siriana. Allora le statistiche erano persino più impietose nei confronti del presidente americano.

Ma perché lo zar riesce sempre ad avere la partita dalla sua? Il presidente russo bara o no? Quello che è evidente è che il successo di Putin è legato al fatto che il capo del Cremlino sa bene quello che vuole e conosce altrettanto bene gli umori della sua gente. La Crimea per la Russia non è solo una questione di porti e denari, ma è qualcosa di più. Ma il punto è: cosa vogliono americani ed europei? Quali sono gli interessi Usa e quali quelli di Bruxelles in Ucraina? E ancora, i cittadini dei 28 paesi membri dell'Europa cosa vogliono e pensano della Crimea? E quelli americani?.

A questo si aggiunge che gli alleati occidentali hanno una divergenza di opinioni che spazia su vari fronti. Gli Usa avrebbero voluto (forse) sanzioni più rigorose contro la Russia, ma l'Europa ha gettato acqua sul fuoco, redigendo una lista nera di 21 nominativi che nella Federazione russa e nell'entourage di Putin contano come il due di coppe. Se volevano far male allo zar, sono invece riusciti a procurargli solo il solletico L'Europa sa bene che imporre vincoli economici a Mosca potrebbe rivelarsi un boomerang molto amaro. 

Qualche dato su tutti: Dopo l'area dell'ex Unione sovietica e la Cina, l'Olanda è il più importante partner commerciale della Russia in Europa, con un interscambio totale di circa 27 miliardi di dollari. Segue a ruota la Germania di Angela Merkel con un volume di scambio annuo tra import ed export di circa 25 miliardi di dollari. E poi c'è l'Italia, quinto partner commerciale della Federazione russa nel mondo, con un interscambio di circa 14 miliardi di dollari. Si prevede che nel 2015 il mercato russo aumenterà di circa il 43% la domanda di "beni di lusso accessibili". Il che significa che il Made in Italy vedrà crescere ulteriormente i già ottimi volumi di affari con Mosca. 

A fronte di questi numeri, quale Paese europeo vorrebbe interrompere o anche solo vedere incrinate le relazioni con Mosca? Ed è questo il motivo di sanzioni annacquate e di un fronte - quello Usa e Ue - che si dimostra sempre meno compatto e sempre più polarizzato. Da qui il successo mediatico (e non solo) di Vladimir Putin.

Mentre il capo del Cremlino parlava di Crimea, citava la "gloriosa storia russa" e siglava l'accordo per il ritorno a casa della Penisola, su Twitter il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, cinguettava che la Russia è sospesa dal G8 . Un tweet a cui Mosca ha risposto con sarcasmo e scrollando le spalle. Il G8 è un club "esclusivo", i cui membri non vengono scelti solo in base alla loro condizione finanziaria. Altra cosa è il G20, ma da lì Putin sa che non sarà escluso.

Insomma, il tweet solitario del ministro francese dà un po' il polso del ruolo dell'Europa nella crisi ucraina e ha il sapore amaro del topolino che cerca di spaventare l'elefante con qualche inutile squittio. 

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