Contatori del gas: il processo più pazzo del mondo
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Contatori del gas: il processo più pazzo del mondo
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Contatori del gas: il processo più pazzo del mondo

Nel 2004 la Procura di Milano avviò un'inchiesta ipotizzando che 100 mila utenti fossero stati truffati. Le udienze, però, non sono mai iniziate: per una questione procedurale

È passato alle cronache come «il processo sui contatori del gas», ma probabilmente verrà ricordato come il più pazzo (e più inutile) del mondo. E un contatore, forse, dovrebbe essere applicato al ministero della Giustizia. Servirebbe un apparecchio colossale, però: perché dovrebbe calcolare quanto da dieci anni stia costando il lavoro di magistrati, giudici, polizia giudiziaria, cancellieri e avvocati, tra udienze, megaperizie e supercontroperizie. Milioni di euro, letteralmente buttati via.

Perché l’inchiesta, avviata nel 2004 a Milano, si è trasformata in un’incredibile giostra di rinvii ad altra sede. Il processo è passato prima a Brescia, poi a Venezia, e da un anno è approdato a Trento: qui la prima udienza si è svolta giovedì 11 dicembre (il giudice, per ironia della sorte, porta il nome di un’altra città ancora: Carlo Ancona) ma quasi sicuramente finirà in nulla, come tutte quelle che l’hanno preceduta.Forse il processo verrà ancora trasferito, a Trieste. E ormai la prescrizione è già lì, dietro l’angolo.

Il busillis? Si nasconde in un cd rom, che è parte integrante del capo d’imputazione. Lì dentro i due pubblici ministeri milanesi che nel 2004 avevano avviato l’inchiesta, Maria Letizia Mannella e Sandro Raimondi, avevano registrato gli oltre centomila clienti delle principali società del gas, dalla Snam all’Aem (poi divenuta A2A) e dall’Italgas all’Eni, che sarebbero stati frodati attraverso l’errata misurazione del metano erogato.

Così nel maggio 2007 i pm avevano lanciato perquisizioni a tappeto e indagato una dozzina di top manager, da Paolo Scaroni a Giuliano Zuccoli. Il problema è che, tra le centomila presunte vittime della truffa, Marco De Luca, difensore di otto degli indagati, aveva presto scoperto che c’erano ben 71 magistrati attivi a Milano. Così alla prima udienza, nel marzo 2009, aveva sollevato l’eccezione e denunciato l’incompatibilità del tribunale.

Quel giorno, De Luca aveva aggiunto un vero colpo di scena: «La pm Mannella forse non lo sa» aveva detto il penalista «ma anche il suo nome compare nell’elenco dei clienti indicati come parti lese di questo procedimento». Il codice di procedura stabilisce che un processo non possa celebrarsi nello stesso palazzo di giustizia dove altri magistrati sono interessati al suo esito: figurarsi se tra le parti offese c’è perfino il pubblico ministero. Il giudice di Milano, pertanto, aveva dovuto chiudere l’udienza e trasmettere il fascicolo a Brescia.

De Luca ricorda bene quella vittoria e scuote la testa: «Non poteva che finire così». Ma è possibile che gli inquirenti non se ne fossero accorti? Cinque anni dopo, l’avvocato resta molto critico anche sui contenuti del procedimento, sui suoi presupposti giuridici e sulle dimensioni del presunto danno. «È vero che il problema delle misurazioni esiste in tutto il mondo, ma qui siamo sicuramente al di fuori della logica di una truffa» sostiene De Luca. «Tra gas consumato e contabilizzato dai vecchi contatori il differenziale era minimo, quasi nullo. In una perizia condotta su tre diversi condomìni di Milano avevamo anche dimostrato che in due casi il valore delle misurazioni era di poco più alto del dovuto, ma in uno era addirittura più basso».

Perché, allora, l’accusa ha insistito tanto? «Direi che era diventata una questione di puntiglio» risponde De Luca «ma certamente è stato un errore. Anche perché questo processo, alla fin,e è costato davvero  tantissimo ai contribuenti».

È così, purtroppo. Perché intanto la giustizia, se così si può dire, ha continuato il suo corso. Il problema è che a Brescia, due anni dopo il nulla di fatto di Milano, la scena si ripete tale e quale: alla prima udienza l’avvocato De Luca si alza e segnala alla corte che alcuni magistrati milanesi, già parti lese nel processo, nel frattempo si sono trasferiti proprio in quel tribunale. Quindi si impone l’immediato trasferimento alla procura che il codice indica come competente dopo quella di Brescia: Venezia. Qui, nel gennaio 2013, è lo stesso pm che prende in carico il processo ad accorgersi che alcuni di quei magistrati vittime della presunta truffa sono intanto approdati in laguna; così allarga le braccia e trasmette gli atti a Trento.


Oggi siamo arrivati al quarto assurdo giro di boa. Che cosa accadrà a Trento? Alcuni dei magistrati che nel 2007 lavoravano a Milano, forse, si sono trasferiti qui? Il processo-giostra partirà nuovamente, stavolta per per Trieste? De Luca non si scopre: «Non abbiamo ancora completato l’analisi degli elenchi», sorride. Intanto il contatore del processo più pazzo del mondo gira, gira, gira… 

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