Conferenza Siria: cosa aspettarsi
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Conferenza Siria: cosa aspettarsi
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Conferenza Siria: cosa aspettarsi

Sono iniziati oggi a Montreux i negoziati della conferenza di pace sulla Siria, Ginevra 2. Tra errori diplomatici e attacchi mediatici, ecco cosa accadrà (e cosa no)

per LookOut News

L’ora di Ginevra 2 è finalmente scoccata. Ci sono voluti quasi tre anni di guerra civile, circa 130mila vittime e svariate acrobazie diplomatiche (alcune a stento riuscite, altre fallimentari) per far sedere al tavolo dei negoziati per la risoluzione del conflitto siriano i rappresentanti del governo di Bashar Assad e i membri della principale forza di opposizione al regime, la Coalizione Nazionale Siriana. Per la prima volta i due schieramenti, che in questi anni hanno messo a ferro e fuoco la Siria e contribuito in buona parte a una nuova ondata destabilizzatrice in Medio Oriente, iniziano a prendersi le misure a Montreux, anche se il confronto vero comincerà da venerdì 24 gennaio a Ginevra. 

La cornice organizzata dalla comunità internazionale è imponente. Alla conferenza sono stati invitati i ministri degli Esteri e i rappresentanti di alto livello di oltre quaranta nazioni. In prima fila il segretario di Stato americano, John Kerry, e il ministro degli Esteri del Cremlino, Sergei Lavrov, protagonisti di una complessa partita diplomatica (vinta da Mosca) che in buona parte ha definito gli attuali equilibri tra i contendenti.

I presupposti

Le premesse per raggiungere in tempi brevi dei risultati concreti non sono delle migliori, e a incarnare le incertezze che caratterizzano l’avvio dei negoziati è Ban Ki Moon. Se i lavori di Montreux iniziano in maniera ancor più complicata del previsto, lo si deve certamente alle quarantott’ore di fuoco che hanno preceduto la giornata di oggi, in cui il segretario generale dell’ONU, con una serie di mosse azzardate, è riuscito a turno a scontentare tutti. 

La sera del 19 gennaio, a sorpresa, ha invitato l’Iran a partecipare ai negoziati preliminari, convinto probabilmente dai segnali lanciati da Teheran che poche ore prima aveva annunciato il blocco degli impianti di arricchimento dell’uranio di Natanz e Fordo, mettendosi così in linea con il patto sul nucleare concordato con i 5+1 (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina più la Germania). La risposta inviperita di Washington (e a catena di Londra e Parigi) non si è fatta attendere, anche se la reazione più dura è stata quella dell’opposizione siriana. Sentitasi tradita da Ban Ki Moon (l’accordo di partecipare a Ginevra 2 era stato raggiunto su rassicurazione che non vi avrebbe preso parte l’Iran, come noto il principale alleato di Assad), la Coalizione Nazionale Siriana ha posto all’ONU un ultimatum di 24 ore minacciando di tirarsi indietro dalle trattative qualora l’invito a Teheran non fosse stato ritirato. 

Messo con le spalle al muro, Ban Ki Moon si è visto costretto a fare un passo indietro, motivando l’esclusione dell’Iran con la mancanza dei “requisiti necessari”. In pratica - questa è la versione ufficiale - il governo iraniano non è stato invitato ai negoziati per aver rifiutato di aderire alla dichiarazione di Ginevra 1, che sottintendeva l’impegno di accettare la deposizione di Assad e sostenere un governo di transizione.

Riacciuffata l’opposizione siriana e acquietate le critiche dell’Occidente, Ban Ki Moon ha però prodotto malumori sul versante opposto. Dell’Iran, anzitutto, ma anche della Russia che non ha esitato a sottolineare le pressioni cui l’ONU si sarebbe dovuta piegare per non scontentare gli USA e l’Occidente. 

Le distanze tra Assad e l’opposizione siriana 

Con queste premesse si è arrivati al confronto di oggi. Nonostante l’assenza di un alleato importante come l’Iran, Damasco sa di poter continuare a contare sull’appoggio della Russia. Dal canto proprio, la Coalizione Nazionale Siriana arriva invece nel momento peggiore della sua lotta al regime. Rientrata in partita al fotofinish, strada facendo ha infatti perso peso in termini di rappresentatività tanto in patria quanto all’estero. 

Le ultime dichiarazioni di Assad, che non ha escluso una sua candidatura per un altro mandato, testimoniano l’impossibilità di un dialogo con l’opposizione. Gli ultimi lanci d’agenzia ne sono una conferma. Alla necessità di rimuovere Assad per avviare i negoziati sottolineata da Badr Jamous, segretario generale della Coalizione, ha ribattuto il ministro degli Esteri siriano, Walid Muallem, il quale ha affermato che la rimozione del presidente rappresenta la “red line” che né la comunità internazionale né tantomeno l’opposizione possono oltrepassare. 

La guerra della disinformazione

In attesa di capire se si registrerà qualche passo concreto, oltre i confini siriani proseguono senza esclusione di colpi gli attacchi incrociati a mezzo stampa a suon di report e “scoop”, dati in pasto all’opinione pubblica mondiale a poche ore dall’inizio della conferenza. 

Il primo è stato sferrato il 14 gennaio con la pubblicazione di un rapporto tecnico realizzato dal gruppo di lavoro di scienza, tecnologia e sicurezza globale del MIT di Boston (“Possible Implications of Faulty US Technical Intelligence in the Damascus Nerve Agent Attack of August 21, 2013”), attraverso cui gli autori Richard Lloyd (ex ispettore ONU per gli armamenti, che oggi lavora per i laboratori Tesla) e di Theodore A. Postol (professore di Scienza, Tecnologia e Politiche di Sicurezza Nazionale del MIT) smontano pezzo per pezzo le conclusioni a cui era giunto il governo americano, che aveva addossato ad Assad l’intera responsabilità dell’attacco con gas nervino del 21 agosto a Damasco. Le analisi balistiche dimostrano invece che il missile Grad di fabbricazione russa che determinò la strage venne “riempito artigianalmente” di gas Sarin e aveva “una gittata non superiore ai 2 km”, dunque da un’area in cui in quel momento non erano presenti le forze governative.

Pochi giorni dopo, il 20 gennaio, puntuale è scattata la controffensiva. In un rapporto di 31 pagine finanziato dal governo del Qatar, gli ex pubblici ministeri per crimini di guerra internazionali Desmond de Silva, David Crane e Geoffrey Nice, accusano gli uomini di Assad di aver compiuto “torture e uccisioni sistematiche di 11mila prigionieri”. Alla conclusione sono arrivati analizzando 55mila fotografie che ritraevano i corpi di giovani siriani tra i 20 e i 40 anni deceduti fornite da un disertore della polizia siriana, indicato con il nome di “Ceasar”.

Scenari possibili

Ovviamente non è un caso che questi rapporti siano stati pubblicati a ridosso della conferenza di Montreux. Non è ancora possibile prevedere se e quanta importanza queste rivelazioni avranno sull’andamento dei negoziati. Ciò che è certo, al momento, è che l’ONU ha commesso una serie di errori che adesso rischiano di rallentare ulteriormente le trattative. Né Assad né l’opposizione sembrano essere intenzionate a fare delle concessioni. Si prevedono pertanto trattative lunghe e complicate, caratterizzate da forti contrapposizioni, a cominciare dalla diversa interpretazione delle ragioni della conferenza.

Per l’opposizione si tratta di un passaggio fondamentale che dovrà necessariamente portare alla destituzione di Assad e alla formazione di un governo di transizione in attesa di nuove elezioni. Per Assad, invece, Ginevra 2 servirà per riunire le forze della comunità internazionale nella lotta al terrorismo. Un fronte che, secondo il regime di Damasco, include non solo i movimenti jihadisti più radicali ma, più in generale, tutte le forze ribelli, compresi anche i miliziani del Free Syrian Army, braccio armato della Coalizione. Se questi sono i presupposti di partenza, è francamente difficile ipotizzare che i negoziati di Montreux porteranno a qualcosa di concreto nell’immediato. Un fatto è certo. Oggi Bashar Assad e il suo governo sono più forti di un anno fa e le possibilità di un intervento occidentale in Siria sono pressoché nulle.

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