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Calcio

Lo sport in bolletta

Il caro energia sta mettendo in ginocchio tutta la filiera sportiva. Piscine, palestre e impianti a un passo dalla chiusura. L'allarme della Figc e di basket e pallavolo al Governo (che stanzia 50 milioni)

La crisi è adesso e morde già, aggiungendosi a tutti gli altri extra budget richiesti alle famiglie italiane. La crisi è profonda e preoccupa i dirigenti dello sport italiano, visto che già la pandemia è stato uno tsunami che ha travolto la base della piramide dei professionisti e degli atleti di interesse olimpico: il Covid con il suo lockdown infinito per amatori e dilettanti ha "bruciato" 1,760 milioni di iscritti tra il 2019 e il 2020 (nella stragrande maggioranza ragazzi di una generazione persa). Il caro bollette rischia di infliggere un secondo colpo, questa volta mortale, perché migliaia di società dilettantistiche, associazioni o semplici aziende legate al mondo dello sport non ce la fanno più.

Un allarme che per una volta è partito dall'alto e non dal basso. Sulla barca di chi si trova a fare i conti con il caro energia ci sono tutti, non si salva nessuno. Molti si sono sorpresi a inizio settembre nell'ascoltare il presidente della FIGC spiegare di essere a un passo dal "chiudere Coverciano, la casa delle nazionali azzurre". La ragione? L'inarrestabile corsa del costo dell'energia: 26mila euro di bolletta a maggio, 42mila a giugno e 79mila a luglio in attesa di quella del gas. Poi sono state le leghe di pallacanestro e pallavolo a far presente che, in questa situazione, diventa complicato chiedere ai club di aprire i palazzetti per disputare coppe e campionati. La Serie A di calcio si è mossa in autonomia e anticipo limitando a 4 ore il periodo di accensione degli impianti di illuminazione negli stadi, così da contenere l'utilizzo di energia. Fattibile ad agosto e settembre, tutto da verificare con l'inoltrarsi dell'autunno anche per questioni di pubblica sicurezza quando le gare sono programmate in serale.

Piangono tutti, insomma, i ricchi e i poveri. Chi ha figli lo sta sperimentando sulla sua pelle: le società hanno alzato notevolmente le quote di iscrizione, oppure stanno chiedendo contributi straordinari per garantire l'utilizzo degli spogliatoi e delle docce. Sempre che la situazione non precipiti, perché c'è anche chi sta valutando di fermarsi almeno per un po'. Qualche esempio? Il Comune di Milano ragiona sulla chiusura mattutina delle piscine pubbliche per evitare almeno di arrivare alla serrata generale. Altre città si stanno muovendo nella stessa direzione e il rischio è che i privati scelgano la strada di scaricare sulle società dilettantistiche il peso della stangata, rendendo di fatto impossibile la prosecuzione dell'attività.

Il presidente del CONI, Giovanni Malagò, da settimane cerca di sensibilizzare la politica sul tema. L'avvicinarsi delle elezioni non aiuta, ma nella bozza del decreto Aiuti ter (che si dice blindata almeno nel passaggio che riguarda la questione), il Governo ha inserito uno stanziamento da 50 milioni di euro "per far fronte alla crisi economica determinata in ragione dell'aumento dei costi dell'energia da destinare all'erogazione di contributi a fondo perduto per le associazioni e società sportive dilettantistiche, nonché per le federazioni sportive nazionali".

Meglio poco di niente, ma è chiaro che si tratta di un pannicello caldo mentre il paziente versa in gravi condizioni. Non è solo una questione di salute e culturale - un Paese che non fa sport è destinato a pagare costi sanitari alti per le conseguenze della sua sedentarietà -, ma di peso sull'economia italiana. Il tema è stato centrale anche nei mesi drammatici della pandemia, quando il Governo distribuiva sostegni a pioggia 'dimenticandosi' una larga fetta del mondo sportivo. O nella scrittura del Pnrr "senza essere mai stati consultati" (l'atto d'accusa di Malagò) e con "nemmeno un euro su un miliardo destinato a CONI e Comitato paralimpico che gestiscono tutti i centri federali". Ora torna sui tavoli che contano.

C'è uno studio recente dell'Istituto di Credito Sportivo che stima in 4,4 miliardi di euro il valore della produzione delle attività sportive dirette e in 24,4 quello tenendo in conto anche le attività connesse. Un peso sul Pil dell'1,37% con oltre 414mila occupati. Senza valutare tutto l'indotto. Ecco perché la crisi rischia di infliggere un colpo durissimo a un comparto che conviene a tutti resti in piedi. Perché l'emergenza sia contenuta e non si trasformi in una nuova fuga dalle palestre servono, però, risposte concrete e lo sport guarda al prossimo Governo sperando di entrare nell'agenda al pari degli altri settori in crisi. In questi anni difficili non sempre è accaduto e i motivi di scontro non sono mancati. Ora, però, non c'è più tempo per evitare la serrata.

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