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Calcio

I fondi alla conquista della Serie A, ed è un bene

Il Genoa è l'ultimo di una lunga lista in mano a investitori, spesso made in Usa. Col pallone si perdono soldi, ma tutti sperano che il nostro movimento, arretrato, sia una gallina dalle uova d'oro - INTER E MILAN, SENZA NUOVO STADIO ADDIO VITTORIE

Non è bello ma piace. Anzi, va di moda malgrado i suoi numeri siano così brutti da far spavento prima di tutto a chi ci è già dentro e sta gettando al vento una montagna di soldi. E' il calcio italiano che ha le tasche vuote e una marea di debiti, ma che continua ad attirare investitori e soldi dall'estero, meglio se fondi di investimento made Usa o UK che tradizionalmente si muovono non per passione ma per interesse. La cessione del Genoa al fondo 777 Partners che chiude la lunga era di Enrico Preziosi è stato solo l'ultimo tassello di un puzzle che va componendosi e che, ad oggi, ha messo nelle mani di proprietà straniere 8 club di Serie A su 20 più un'altra galassia di società nelle serie minori. Meglio se localizzate in piazze riconoscibili internazionalmente (Parma e Pisa, ad esempio) e se provenienti da storie di dissesto e cattiva gestione.

Il calcio italiano, insomma, piace ma non è detto che sia una buona notizia. Essendo da tempo finita l'epoca dei mecenati, ed avendo noi bucato l'era degli sceicchi e degli oligarchi a caccia di visibilità a suon di investimenti miliardari in team pescati dalla mediocrità (Psg, Manchester City e Chelsea sono storie molto simili tra di loro), ci sono rimasti i fondi che per definizione volteggiano su aziende da razionalizzare nei costi, rimettere in piedi, valorizzare e magari rivendere in futuro.

SERIE A, IL CIMITERO DEGLI ELEFANTI CHE ATTRAE

La Serie A è perfetta se vista da fuori. Non produce utili ma perdite: 829 milioni di euro nel 2020 condizionato dal Covid, molto di più nei 12 mesi successivi e, comunque, 1,6 miliardi nei cinque anni prima della pandemia a certificare come il sistema imbarcasse acqua a prescindere dal virus. Abbiamo stadi obsoleti, quasi mai di proprietà se si eccettuano Juventus, Udinese, Atalanta e Sassuolo e siamo allergici alle riforme; colpa di chi il calcio lo ha condotto negli ultimi vent'anni e anche un po' del contesto politico in cui opera, una palude di burocrazia e veti incrociati che ha affossato, ad esempio, il progetto per il nuovo stadio della Roma e sta rendendo impossibile la vita a Milan e Inter che hanno pronto un investimento da 1,2 miliardi sul futuro distretto San Siro.

Fondamentali che dovrebbero portare alla conclusione di essere una sorta di Titanic avviato all'incrocio fatale con l'iceberg. Invece l'appeal non è mai stato così forte e quello che non è entrato dalla porta principale, sotto forma di partnership con CVC-Advent-Fsi respinti dopo mesi di polemiche, si sta riaffacciando dalla finestra con la prospettiva di prendere in mano un po' tutto. Con quale obiettivo? Difficilmente creare dei top team in grado di competere con l'inarrivabile Premier League inglese, dove ormai i club anche di seconda fascia hanno quotazioni inarrivabili. Molto più facile immaginare la cura che Elliott sta imponendo al Milan, ricevuto in pegno dalla disastrosa esperienza del cinese Yonghong Li: razionalizzazione dei costi, creazione di nuovo valore, crescita lenta e controllata per poi capire se l'orizzonte debba essere medio o lungo.

LA CARTA D'IDENTITA' DELLE PROPRIETA' STRANIERE

Solo limitandoci alla Serie A, sono 8 le proprietà straniere e quasi tutte (6) provengono dagli Stati Uniti. Solo l'Inter con Suning, per quanto in pegno a un altro fondo USA come Oaktree, e il Bologna con il ricco Joey Saputo (canadese) sfuggono a questa logica. Nessuno di loro ha ancora guadagnato un euro dall'avventura nel calcio. Anzi. I più ci hanno rimesso a partire dai Friedkin che in poco più di un anno sono stati costretti a riversare sulla Roma 248 milioni di euro per garantirne il funzionamento. Oppure Elliott che ha salvato il Milan disastrato dai cinesi iniettando oltre mezzo miliardo dal 2018 a oggi con la prospettiva di cominciare adesso a vedere la luce dell'equilibrio dei conti, Covid permettendo.

I Singer stanno scoprendo sulla propria pelle quanto sia complicato fare un business plan in Italia. Insieme a Suning, prima che la crisi travolgesse il colosso cinese, hanno elaborato un progetto da 1,2 miliardi di euro per il nuovo San Siro e distretto connesso: tutto fermo, perso tra beghe politica e veti incrociati. La stessa fine di Pallotta a Roma con Tor di Valle (ora Friedkin vuole ripartire da zero in altro luogo) e che rischia di fare Rocco Commisso a Firenze, partito con l'idea di essere "fast fast fast" e arrivato alla conclusione che la pazienza è la virtù dei forti, ma non di quelli che non ci vogliono rimettere con il calcio. Il conto per lui è già oltre i 300 milioni di euro.

Robert Platek con lo Spezia ha aggiunto un club italiano a Casa Pia (Portogallo) e Sonderyjysk (Danimarca) creando un piccolo network: la squadra è in Serie A e le cose reggono. Il Venezia è in mano a VFC Newco 2020 LLC in rappresentanza di un gruppo di investitori statunitensi e alla presidenza c'è Duncan Niederauer, già presidente e amministratore delegato della Borsa di New York. Scendendo di un gradino nella scala gerarchica dei campionati, ecco il Pisa di Alexadr Knaster che ha in testa l'idea di riportare i nerazzurri ai fasti dell'era Anconetani, il Parma acquisito da Kyle Krause giusto in tempo per accompagnare la retrocessione in B di una piazza che si era faticosamente rialzata dopo il crac della gestione Gherardi con intermezzo Manenti, la SPAL ripartita nello scorso agosto dall'avvocato statunitense Joe Tacopina già noto in Italia per una serie di partecipazioni e scalate compresa quella fallita nei mesi precedenti nel Catania.

PERCHE' I FONDI INVESTONO NEL CALCIO ITALIANO

Non trattandosi di filantropi o mecenati, la conclusione è che tutti loro stanno muovendo i loro dollari verso la Serie A perché attratti dalla prospettiva di guadagni futuri. Se non proprio profitti, almeno dalla capacità del calcio di essere un generatore di ricavi che si è inceppato solo per il Covid, ma che in realtà aveva percentuali di crescita costante da oltre un decennio. Un settore economico quasi in controtendenza rispetto al resto del Paese, la porta d'accesso verso un mercato da oltre 30 milioni di appassionati che sono anche potenziali clienti da fidelizzare.

Ad attirare i fondi, dunque, non è più la passione ma l'idea che il football sia un ramo di entertaiment con potenzialità enormi a maggior ragione laddove, come in Italia, le sue infrastrutture sono rimaste indietro rispetto ai competitor. Avvicinarsi alle franchigie dello sport professionistico Usa è impossibile. La Premier League è ormai da tempo in mano agli stranieri e con costi da bolla finanziaria: per il Manchester United, che non vince un campionato dal 2013, è stato stimato da Forbes un valore di 4,2 miliardi di dollari. In Spagna e Germania esistono i soci e le norme che vincolano alla proprietà condivisa, meccanismo che rende le multinazionali Bayern Monaco, Barcellona e Real Madrid, non scalabili da fuori. Resta l'Italia con le sue contraddizioni e un campionato che si avvia a diventare sempre più cosa di altri.

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