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Evviva le croci in montagna

La polemica scoppiata ieri sullo stop al simbolo delle nostre vette perché «divisivo» mostra ancora una volta il lato debole della nostra cultura dell'accoglienza a tutti i costi, tradimento compreso

«Stop alle croci sulle vette delle montagne, sono anacronistiche e divisive». Presi come eravamo dal cercare di capire cosa stesse succedendo in Russia ci siamo persi una frase che ha creato polemiche nel mondo della montagna, per poi scendere a valle e finire in fretta tra i palazzi della politica. Riassunto dei fatti.

Il direttore editoriale del Cai Marco Albino Ferrari durante un convegno organizzato all'Università Cattolica di Milano, in occasione della presentazione di un libro ha detto “non saranno istallate nuove croci sulle montagne, sono divisive…». Concetto ripetuto anche nell’editoriale del Club Alpino Italiano sulla rivista ’Lo Scarpone'. Il portale del club aveva evidenziato la larga concordanza emersa nel convegno "sulla necessità di lasciare integre le croci esistenti, perché testimonianze significative di uno spaccato culturale, e allo stesso tempo di evitare l'istallazione di nuovi simboli sulle cime". L'editoriale parlava di una tesi "condivisa pienamente dal Cai" e aggiunge: nessuno intende rimuovere le croci che già ci sono, ma è "il presente caratterizzato da un dialogo interculturale che va ampliandosi e da nuove esigenze paesaggistico-ambientali, a indurre il Cai a disapprovare la collocazione di nuove croci e simboli sulle nostre montagne”.

Inutile dire che la frase, l’attacco alla croce cristiana, arrivava in fretta alle segreterie dei partiti di centrodestra che insorgevano ed in poche ore costringevano il presidente del Cai alle scuse, ai chiarimenti, al passo indietro.

Resta un tema di fondo, anzi, un errore di fondo: la croce in montagna è molto più di un simbolo religioso; è un simbolo di un modo di vivere la montagna. Quella croce è spesso il punto di arrivo, è ciò a cui punta l’occhio nel salire, è qualcosa in grado di farti superare l’inevitabile senso di fatica. La croce è un aiuto: toccarla appoggiarsi, fotografarla una volta arrivati non ha nulla a che fare con la fede religiosa, ma ha tutto a che fare con la Fede per la montagna.

Il solo pensare di metterle in discussione, il solo dire “non ne faremo di nuove” però, con tutte le buone intenzioni del caso, mostra ancora una volta quel malessere profondo della nostra cultura e delle nostre tradizioni che emerge da qualche anno a questa parte in nome di una non meglio precisata “accoglienza”. Siamo forse l’unico paese che ha paura di se stesso, delle sue basi (appunto culturali e si, anche religiose, pur se non è questo il caso).

Una croce non è divisiva, un presepe non discrimina; in Italia la libertà di religione esiste, la libertà di espressione altrettanto.

Non c’è bisogno di nasconderci, di vergognarci della nostra storia, di quello che siamo. Bisogna invece andare avanti, a testa alta, fieri nel nostro camminare come l’alpino fa, zaino in spalla, inciampando, sudando, rischiando ma certo che a quella croce si arriverà. Si, ma solo andando in avanti, mai all’indietro.

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