Il Cav e quel divieto di criticare i magistrati
ANSA/MATTEO BAZZI
Il Cav e quel divieto di criticare i magistrati
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Il Cav e quel divieto di criticare i magistrati

Fra le 12 prescrizioni stabilite dal Tribunale di sorveglianza per il premier condannato c'è l'obbligo a non attaccare l'ordine giudiziario. Ma quel veto è l'ultima anomalia, e fa tanto "casta intoccabile"

Quando l'ho sentita la prima volta, ho pensato a una battuta. Invece è proprio così: è vero. Tra le 12 "prescrizioni" che Silvio Berlusconi deve firmare oggi, mercoledì 23 aprile, al Tribunale di sorveglianza di Milano, c'è "il divieto di pronunce critiche nei confronti di appartenenti all'ordine giudiziario".

Se l'ex presidente del Consiglio dovesse violare questa "prescrizione", o una delle altre, l'affidamento in prova ai servizi sociali decadrebbe automaticamente, e il Tribunale di sorveglianza potrebbe sbatterlo agli arresti domiciliari. Del resto, non per nulla l'affidamento ai servizi sociali è "in prova"...

Ora, è evidente che la prescrizione-divieto di critica non è propriamente un sintomo clamoroso di democrazia giudiziaria. È come se i magistrati, impancati a "casta" intoccabile, oltre che dispensatori della morale pubblica, ponessero al condannato una specie di ricatto: attento, perché se osi parlare male di una toga, rischi di essere arrestato.

L'anomalia della prescrizione è evidente. Berlusconi può parlare male di tutti: di Matteo Renzi, di Angela Merkel e perfino del Papa. Ma non dei magistrati. E perché mai? Che cosa ha scatenato questo ipocrita moralismo a senso unico? Mah... Di Berlusconi si può anche pensare tutto il male possibile, ma certamente non si può pensare bene di chi impone a lui (o a qualunque altro condannato) un vincolo interessato e univoco alla libera espressione.

In più, Berlusconi è un politico noto per le tante campagne critiche nei confronti della magistratura. Da anni sostiene di essere vittima di una persecuzione giudiziaria, iniziata in modo anomalo proprio dal 1994, anno della sua discesa in campo. E si proclama innocente anche e soprattutto nel procedimento penale per la frode fiscale sui diritti tv Mediaset, dal quale è scaturita questa condanna.

Anche per tutto questo, vietargli il diritto costituzionale di espressione nei confronti del solo ordine giudiziario non sembra una pena accessoria: è una pena aggravata, appesantita, è una specie di gogna. I giudici che hanno posto la questione forse non se ne sono resi nemmeno conto, ma con questa decisione, con il veto, agiscono in evidente conflitto d'interessi. E non ci fanno proprio una bella figura.

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