Se Angela Merkel fosse premier in Italia...
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Se Angela Merkel fosse premier in Italia...

La determinazione della cancelliera farebbe un gran bene al nostro Paese. Ma ancora meglio ci farebbero le riforme di Gerhard Schröder

Ci sono leader politici il cui nome è legato indissolubilmente alle riforme che hanno fatto, alla firma che hanno lasciato su un qualche significativo cambiamento. Di altri, invece, conserviamo memoria perché lasciare le cose come stavano era un gesto di coraggio. È il caso di Angela Merkel, consacrata vincitrice delle elezioni tedesche, di cui nessuno rammenta scatti in avanti o forzature visionarie.

La fortuna politica di Merkel è quella di un giovane rampollo della buona società che ha avuto l’intelligenza di non scialacquare i soldi di papà e, anzi, li ha saputi investire in modo prudente, conservando così il patrimonio di famiglia. Merkel ha ricevuto dal suo predecessore, Gerhard Schröder, un paese dove buona parte del «lavoro sporco» era stato fatto: i conti pubblici erano in ordine, l’ambiente normativo coerente con la struttura produttiva, la legislazione
sul lavoro adeguata a stimolarne la produttività. Nei suoi due mandati da cancelliera, «Angie» ha difeso le posizioni, pronunciando più spesso dei no che dei sì, anche quando era politicamente costoso (si oppose, per esempio, al taglio delle tasse pur di non chiudere il bilancio in deficit).

La donna forte della Cdu ha fatto del modello tedesco il paradigma d’Europa, guadagnando il supporto di Bruxelles a quel rigore che Berlino per prima, nel passato, aveva violato. Il merkelismo è anche il patto esplicito fra e con partiti avversari prima delle elezioni, alleati loro malgrado dopo: «Finché ci sono io, nulla cambia». Difficile, quindi, dire come sarebbe Merkel, se ricevesse in sorte l’Italia anziché la Germania

Si sente una mancanza bruciante della sua determinazione a proseguire in linea retta, coerentemente con un programma fissato prima del voto e coincidente (in buona approssimazione) con gli interessi del paese. La prassi del «quieta non movere», invece, sta agli antipodi delle necessità italiane, sia perché qui non c’è nulla di quieto, sia perché abbiamo più bisogno di uno shock che di rassicurazioni.

Paradossalmente, si può dire che noi abbiamo avuto, negli ultimi governi, una forte iniezione di questo aspetto della personalità di Merkel (cioè l’attitudine a sopire e troncare) ma non abbiamo visto l’altro, vale a dire la volontà ferrea a guidare il Paese in una certa direzione. Anzi, i governi italiani si sono distinti per una curiosa contraddizione: se da un lato hanno sostanzialmente esautorato il Parlamento da qualunque ruolo decisionale, dall’altro sono stati a loro volta tenuti sotto scacco dalle segreterie dei partiti. Solo che, mentre le forze politiche tedesche hanno prima negoziato i contenuti del governo e poi dato vita alla große Koalition, i nostri hanno iniziato dal fondo, per dividersi quotidianamente in una cacofonia di posizioni che ha alimentato l’antipolitica domestica e la sfiducia internazionale.

La parola d’ordine di Angela (nella sua qualità di capo del  governo, nella sua propaganda elettorale e nella sua influenza sulle cose europee) è stata la disciplina di bilancio. Forse una Merkel italiana si concentrerebbe su quello, spazzando via tutta la retorica e le false promesse sulla «flessibilità» del vincolo sul deficit al 3 per cento del pil. Tuttavia, non sarebbe sufficiente: non basta portare il bilancio in condizioni strutturali di pareggio. Bisogna contemporaneamente riformare il sistema tributario, potare le tasse e mettere mano alla pubblica amministrazione nel suo complesso, oltre che al mercato del lavoro.

Forse al nostro Paese sarebbe utile una Merkel. Ma più ancora ci servirebbero le riforme di un certo Gerhard Schröder.

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