Edoardo Frittoli

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Kennedy Space Center, Cape Canaveral (Florida), 28 gennaio 1986

Il nono lancio dello Shuttle Challenger coincise con una mattinata freddissima, di molto sotto la media della mite Florida. Sarà proprio la bassa temperatura dell'aria ad essere determinante in una delle più gravi tragedie della storia aerospaziale. Alcuni tra gli ingegneri della Nasa avevano avvertito i superiori riguardo ad un grave problema strutturale legato agli O-rings, gli anelli di congiunzione dei razzi propulsori alla navicella: il freddo li rendeva friabili ma gli avvertimenti rimasero inascoltati. 

Alle 11:38 lo Shuttle Challenger, inaugurato due anni prima, si staccava da terra. Dopo 73 secondi, quando lo shuttle ancora agganciato ai razzi si trova a circa 17mila metri di quota, l'esplosione. Di fronte a migliaia di spettatori tra cui i parenti degli astronauti lo Shuttle si disintegra lasciando una frastagliata scia bianca e precipitando in mare ad oltre 300km/h. 

L'oceano inghiottì l'equipaggio e i sogni aerospaziali di un decennio tra il 1976 (quando fu presentato il primo Space Shuttle Columbia) e il 1986, estrema propaggine della corsa allo spazio nata negli anni della Guerra Fredda. 

Dopo l'incidente e i risultati delle indagini della commissione nominata da Reagan, tutti i voli degli Shuttle furono sospesi e le strutture rivedute. Il Discovery, lo Shuttle che sostituì il Challenger, riprese le missioni nel 1988. Il 1 febbraio 2003 il Columbia si disintegra in fase di rientro uccidendo l'intero equipaggio. Dopo una breve ripresa delle attività, lo Shuttle viene messo definitivamente fuori servizio nel 2011.

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