Un disco bellissimo lontano anni luce dall'elettronico-ipnotico Kings of limbs uscito 5 anni fa. La prima impressione è che i Radiohead con A moon Shaped Pool si siano reinventati un'ennesima volta. Archi, pianoforti, chitarre acustiche, elettriche, arrangiamenti geniali, batteria in levare. Il tutto prodotto da Nigel Godrich. 

Nelle undici tracce del disco ci sono tutte le multiformi facce di una band che è diventata un sound, qualcosa di molto affascinante che prescinde dai generi e dagli stereotipi: la potenza orchestrale di The Numbers, l'eterea atmosfera di Daydreaming, la versione per piano e voce di True love waits (suonata spesso live), il tappeto d'archi che accompagna Glass Eyes, la potenza del crescendo di Ful Stop e l'incedere a tratti latineggiante di Present tense.

I Radiohead sono un universo sonoro a parte perché sanno leggere il futuro, interpretare il presente e citare sapientemente il passato (in A moon Shaped Pool, in particolare, Talking Heads, Led Zeppelin, Beatles e King Crimson) come nessun altro.

Thom Yorke e Jonny Greenwood sono maestri nell'arte del puzzle in musica: scompongono e ricompongono a loro piacimento saltando da un linguaggio all'altro come quasi nessun altro osa o sa fare.

Il primo ascolto delle nuove canzoni trasmette la sensazione, rara di questi tempi, di trovarsi davanti a un album-capolavoro come lo erano In Rainbows o Hail to the thief. E ancora prima Kid A e Amnesiac. Bentornati!

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