"Il 26 novembre al Palalottomatica di Roma festeggio vent'anni musica. Per questo ho deciso di regalarmi un concerto speciale, meno raccolto e intimo del solito. Non ho mai festeggiato il mio compleanno, non mi piace stare al centro dell'attenzione. In fondo, credo di non essermi mai sposato principalmente per timidezza" racconta Niccolò Fabi, cantautore di una generazione d'artisti che prima di imbracciare la chitarra e impugnare la penna ha dovuto fare i conti con l'eredità dei giganti della canzone d'autore italiana. Da Fabrizio De Andrè a Francesco De Gregori. Il cantautore è stato ospite di Panorama d'Italia il 21 ottobre a Milano. 

Quando lei Daniele Silvestri e Carmen Consoli vi siete affacciati sulla scena musicale non c'erano più pagine bianche da riempire. Negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta era già stato scritto e raccontato tutto.

Anche a me sarebbe piaciuto cantare “quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti”, ma mi resi subito conto conto che quel tipo di poetica era già stato percorso. Per decenni il linguaggio delle canzoni è stato estremizzato: c'erano i classici brani d'amore e solo d'amore, e, sul versante opposto, la canzone impegnata e molto diretta che non si vergognava di fare nomi e cognomi. Io e gli artisti del mio tempo abbiamo dovuto imparare a muoverci tra le righe, contaminando la vena sociale-politica con quella esistenzialista e filosofica.

Del suo lavoro lei sembra apprezzare maggiormente la parte artigianale e riservata, quella della composizione e dell'elaborazione dei brani. Per molti dei suoi colleghi, invece, il momento magico è l'esibizione, il contatto con il pubblico.

Non si tratta di assenza di vanità, ma di una vanità diversa. Ovviamente mi fa piacere essere apprezzato e considerato un grande artista, ma per un fatto puramente caratteriale non mi gonfio di ego quando sono davanti a un pubblico. Il mio ego si amplifica quando, per esempio, sono a casa e sento di aver scritto qualcosa di bello. Ecco, questo mi gratifica molto.

Il suo mestiere, però, non è e non può essere scevro da obblighi promozionali e comparsate mediatiche.

Ho sempre avvertito una scissione tra il dovere dell'uomo di spettacolo e il piacere del musicista. Detto questo, il meccanismo promozionale non è un'imposizione della discografia cattiva. È quel che serve per far circolare notizie e informazioni su dischi e concerti. Poi, su un piano più personale, l'apparato della vendita della musica mi imbarazza moltissimo, soprattutto le apprizioni televisive che hanno un ritmo e un linguaggio che non mi fa sentire a mio agio. Aver fatto un disco così intimo e acustico come Una somma di piccole cose, antitetico per sua natura rispetto alla promozione urlata, mi ha aiutato ad avere nel music business un profilo sempre più vicino a come sono fatto io.

L'anno prossimo, il 16 maggio, compirà cinquant'anni. Che regalo si farà?

Mi regalerò del tempo. Negli ultimi anni ho costruito molto e adesso trovo che la mia posizione sia solida. Mi sono ritagliato uno spicchio di pubblico che continuerà ad apprezzarmi anche se per un quindici mesi dovessi occuparmi di altro. Per chi ne ha la possiblità è quasi un dovere cercare di godere senza rimandare sempre a dopo, come se la vita fosse un'eterna preparazione a qualcosa che un giorno, forse, arriverà. Beh, non è così, perché tutto può svanire in una frazione di secondo. Voglio sedermi, mangiare un frutto con calma, godermi il mio salotto. Poi, visto che sono una persona creativa e che la vita ha uno svolgimento dinamico, tornerà il desiderio di scrivere. Ma senza compulsività, senza il terrore di essere dimenticato. Non ho e non voglio avere una tossicodipendenza da lavoro.

Nella raccolta Diventi Inventi 1997-2017, oltre molti brani noti risuonati e riarrangiati, ci sono canzoni inedite e provini. Tra questi, quello del suo primo successo, Capelli, che in origine si intitolava Senza capelli.

Mi piaceva l'idea di far ascoltare le potenziali trasformazioni che una canzone può subire nel tempo. Ai tempi di Senza capelli avevo scritto un disco pieno di storie cupe e martoriate per il primo amore andato male. Erano brani meravigliosamente giovanili, la scoperta di quanto una persona possa avere potere su di te tanto da struggerti nel momento in cui ti si nega. Tornando a quel brano, l'allora presidente della Virgin mi suggerì di sperimentare un taglio più ironico e allegro. Non toccai il testo, ma gli accordi sì. Trasformando l'aspetto melodico-interpretativo, prese le sembianze di un'altra canzone e una strofa come “Io senza capelli sono una pagina senza quadretti” diventò subito più fruibile e immediata. Il successo di quel brano cambiò la mia vita e al tempo stesso me la complicò, perché la mia attutudine naturale non è quella di essere così scanzonato e ironico nelle canzoni. Nella vita, però, non sono così “palloso” (ride di gusto; ndr).

Qualcuno potrebbe dire che senza quella canzone la sua carriera non sarebbe decollata.

E io potrei dire che secondo me ci sarei stato comunque e, forse, anche cinque anni prima. Ma non lo sapremo mai perché non esiste una verifica a questa affermazione.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti