Gabriele Antonucci

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Alcuni critici hanno evidenziato come Elvis Presley abbia portato la fisicità nel rock,  mentre Bob Dylan ha portato la parola.

Una definizione efficace, che però non tiene del tutto conto della rivoluzione copernicana innescata nella musica popolare dal leggendario cantante cresciuto a Memphis.

In poco più di vent'anni di carriera, con i suoi 61 album e oltre un miliardo di dischi venduti in tutto il mondo, "The King" ha lasciato un'impronta indelebile nella musica del Novecento.

Come ha affermato John Lennon, con la sua brillante sintesi, "prima di Elvis non c’era niente".

La nascita del rock

In molti considerano il 5 luglio del 1954 il giorno ufficiale della nascita del rock.

Allora un giovanissimo e allora sconosciuto Elvis Presley, fresco di diploma, si trovava nei Sun Studios di Memphis insieme al chitarrista Scotty Moore e al bassista Bill Black, quando i tre ebbero l’intuizione di stravolgere That’s all right, un blues di Arthur Crudup, in qualcosa di assolutamente nuovo e travolgente.

Il produttore Sam Phillips , che era in cerca di “un bianco che cantasse con l’anima di un nero”,  ebbe un sussulto e chiese ai tre di rifarla da capo, in modo da inciderla su vinile.

Era nato il rock & roll, rielaborando blues e country, musica bianca e nera, con una buona dose di spontaneità e di sfrontatezza.

Lo spettacolo "Elvis the musical"al Brancaccio di Roma 

Un momento evocato con grande impatto scenico nello spettacolo Elvis the musical, che ha debuttato ieri al Teatro Brancaccio di Roma, prodotto da Ilce Italia, dove sarà in scena fino all’11 marzo (dal martedì al venerdì ore 21, sabato ore 17 e 21, domenica ore 17), per poi approdare dal 14 al 18 marzo al Teatro della Luna di Assago (Mi).

Protagonisti dello spettacolo, scritto e diretto dal regista pluripremiato Maurizio Colombi ("We Will Rock You" dei Queen, "Peter Pan" con musiche di Edoardo Bennato, “Rapunzel” e “La Regina di ghiaccio” con Lorella Cuccarini), sono 18 performer tra cantanti, attori, ballerini e musicisti - oltre all'eccellente band dal vivo diretta da Davide Magnabosco - chiamati ad impersonare i personaggi chiave della vita di Elvis Presley, di cui rivelano le notizie più importanti.

I protagonisti Michel Orlando e Joe Ontario

Elvis è interpretato  dal debuttante Michel Orlando, alla sua prima esperienza professionale in un musical, e dall'esperto Joe Ontario, già interprete di concerti-tributo dedicati a The King, ma a sua volta neofita come attore.

Dare voce a un cantante del calibro di Elvis è impresa da far tremare i polsi, ma sia Orlando che Ontario, oltre ad essere accomunati da una notevole estensione vocale, sono assolutamente convincenti nel restituire l’energia quasi selvaggia del giovane Elvis e l’interpretazione calda e matura del crooner navigato.

I due si alternano per rappresentare momenti molto diversi nella parabola umana e professionale del Re del Rock, prima giovane timido e biondo con una voce black del tutto insolita, poi icona sensuale e trasgressiva, infine star incontrastata ma anche vittima del sistema che ne decreta l'ascesa e la fine fra gli eccessi.

Come è strutturato lo spettacolo

La scenografie di Alessandro Chiti sono arricchite da quattro schermi circolari, sulla falsariga dei concerti dei Pink Floyd,  che ci permettono di ripercorrere l'esperienza umana e professionale della più grande icona pop di sempre, l’indiscusso The King of Rock'n'Roll.

Elvis The Musical si avvale della collaborazione dell' "Elvis Friends Fan Club Italia", voce ufficiale per i fan del Re del Rock, riconosciuto a Graceland e organizzatore di numerosi eventi e iniziative con ospiti importanti legati a Elvis durante la sua vita.

Il primo tempo inizia con un video a 360° che mostra i telegiornali di tutto il mondo mentre annunciano la morte di Elvis il 16 agosto 1977, fino al suo funerale a Memphis con oltre 150.000 persone in lacrime.

La tragica notizia dà il via al racconto dell'ascesa del Re del Rock'n'Roll, dal momento in cui un Elvis ancora con i capelli biondo naturale e camionista per necessità si ferma in un estemporaneo studio di registrazione su una highway americana, per registrare un disco istantaneo, un cosiddetto demotape, da regalare alla madre per il compleanno imminente.

Non fa in tempo a rivelare la sorpresa, che il suo talento spudorato e ribelle è già esploso, dando il via all'ascesa vertiginosa della prima vera e unica rockstar planetaria, nato povero, sopravvissuto al gemello nato morto e incoronato per acclamazione re da un Paese che non ha mai conosciuto aristocrazie.

Elvis in seguito diventerà un attore di grande successo (anche se la maggior parte dei suoi film non sono certo indimenticabili), il personaggio televisivo più seguito al mondo e il perfomer più pagato di sempre, grazie anche alla spregiudicatezza del suo manager, il colonnello Tom Parker.

A lui si deve il migliore affare nella storia del rock, quando convinse Sam Philips a cedere per 35.000 dollari alla RCA i diritti musicali sul giovane Presley: un'inezia, se si pensa ai miliioni di dolari che ha generato da allora il brand-Elvis.

La sua casa-museo di Memphis è ancora oggi una delle attrazioni più visitate degli Stati Uniti (circa 650.000 presenze all’anno), i suoi dischi e le sue raccolte continuano a vendere milioni di copie ogni anno, generando un fatturato degno di una multinazionale.

Presley è morto il 16 agosto 1977, 40 anni fa, stroncato da un attacco di cuore, dopo un’importante stasi gastrointestinale.

Il suo fisico era già indebolito da problemi di ipertensione, da un’arteriosclerosi coronarica e da danni al fegato, oltre che da un uso spregiudicato di farmaci.

Un tributo riuscito

La sua parabola umana e artistica è raccontata senza agiografia, né facili santini da Colombi, che mostra anche le fragilità e le contraddizioni dell'uomo, sulla scia degli splendidi biopic Ray e Get on up, dedicati rispettivamente a Ray Charles e a James Brown.

Un altro merito che va attribuito al regista è quello di aver evitato scientemente le macchiette che troppo spesso fanno capolino nei musical italiani (pur non mancando alcuni momenti in cui si ride di gusto), mettendo al centro dello spettacolo la musica.

Di grande suggestione la scena in cui il “vecchio” Elvis si rivolge al “giovane” Elvis che, nonostante il successo travolgente ottenuto in poco tempo, si sente terribilmente solo.  

Ontario si rivolge a Orlando dicendogli: “Ti senti solo perché sei unico”.

E l’unicità di Elvis emerge per tutte e due le ore del musical, che mantiene un ritmo sempre alto, senza mai una calo di tensione,  con una prima parte più raccontata e una seconda più performativa, con tutti i più grandi successi dell’artista nato a Tupelo: da Jailhouse Rock a  It's now or never, passando per Hound dog, Don’t be cruel, Blue suede shoes, Suspicious Mind,That's all right mama e Always on my mind.

Bella la trovata metateatrale di concludere lo spettacolo con un Elvis ormai a fine carriera, appesantito e con un look pacchiano, che però canta ancora divinamente davanti al pubblico romano (“Thank you, Rome, you're an amazing audience”) i suoi ultimi grandi successi, fino a farlo alzare dalle poltrone e correre sotto al palco, in un momento di grande coinvolgimento emotivo.

In conclusione, se vi piace Elvis Presley, vi consigliamo caldamente di vedere lo spettacolo perché è un tributo alla sua leggenda riuscito, coinvolgente e ricco di aneddoti interessanti.

Se non vi piace Presley, vi consigliamo di vederlo comunque perché, dopo aver ascoltato per quasi due ore molte delle sue leggendarie canzoni, eseguite con straordinaria aderenza alle versioni originali, probabilmente cambierete idea su questo ragazzo povero e ignorante che, grazie a un talento prodigioso, è diventato il monarca assoluto del rock.

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