Deep Purple: "Il rock low cost non fa per noi"

Dall'età dell'oro della discografia ai risicati budget di oggi: 45 anni di rock. Trionfi e disavventure della band che non si arrende alla musica povera

Da sinistra, Ian Gillan, Roger Glover, Steve Morse, il presidente russo Dmitry Medvedev, Ian Paice, il presidente del consiglio d'amministrazione della Gazprom Aleksej Miller e Don Airey

Gianni Poglio

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"Non dimenticherò mai l’espressione del presidente Dmitri Medvedev quando abbiamo varcato la soglia della sua residenza a pochi chilometri da Mosca. Aveva lo sguardo rapito, ci ha accolto come degli eroi, gli eroi della sua adolescenza. Si è slacciato la cravatta, ha voluto mostrarci la collezione di vinili dei Deep Purple, i suoi due giradischi vintage, e quando a pranzo gli ho regalato un set delle mie bacchette da batterista, ci è mancato poco che gli scendesse una lacrima. Potere della musica". Ian Paice, 64 anni, 45 dei quali passati dietro la batteria al servizio della leggendaria hard rock band inglese, è un signore musicista, colto e raffinato, che ha trascorso tre quarti della sua vita immerso nel music business. "Medvedev ci ha raccontato di quando faceva il dj alle feste del liceo. Preparava un elenco di brani, molti erano nostri, che poi doveva essere approvato dai responsabili della federazione giovanile comunista. La censura era implacabile, ma lui non ha mai rischiato davvero, ci ha spiegato, perché molti funzionari erano segretamente innamorati della nostra musica. Mi ha colpito: mentre noi eravamo in giro per il mondo con jet, champagne e suite di lusso, c’era chi rischiava la galera o i campi di lavoro per ascoltare Smoke on the water (il brano più famoso del gruppo, ndr)".

Sono uomini di un’altra era Ian Paice e i suoi colleghi del "profondo porpora". "Abbiamo attraversato cinque decenni di musica, dall’età dell’oro all’odierna era del low budget, dei dischi fatti in casa per risparmiare. Ecco, questa creatività da cameretta è diventata una gabbia ed è la metafora di quel che sta succedendo alla musica in generale. Si contrae, si chiude in se stessa, si autoghettizza. Ogni artista ha un’etichetta appiccicata addosso. Come i prodotti sugli scaffali del supermercato. Chi fa dance non può travalicare il confine perché sarebbe come mettere lo yogurt nella corsia dei detersivi".

Ed è stata proprio un’etichetta a mattere la parola fine ai concerti dei Deep Purple in America nell’ultimo periodo. "Per continuare a far fruttare il nostro catalogo di album storici» racconta il cantante, Ian Gillan "ci hanno affibbiato la definizione di band di classic rock. Risultato: ai nostri show si presentavano solo una manciata di fan della nostra età che volevano ascoltare le canzoni vecchie e che dei nuovi brani non volevano nemmeno sentir parlare. Per guadagnare qualche dollaro con il repertorio ci hanno tagliato fuori dalle nuove generazioni. Per fortuna in Europa non funziona così (suoneranno il 21 luglio all’Ippodromo del galoppo di Milano, ndr)".

Non è semplice per un musicista vero come Ian Paice, un veterano della vecchia scuola, accettare l’idea di un music business costruito a misura di canzone e non di album. "Una canzone è come il frammento di un quadro, non è l’opera completa. Incidere un disco è un’avventura di gruppo, la somma delle esperienze di ciascuno: nella musica e nei testi entrano i viaggi, le scoperte musicali, le esperienze personali, gli amori e i dolori. Smoke on the water, il nostro hit più famoso, è nato mentre su una sponda del lago di Ginevra assistevamo inermi all’incendio dello studio di registrazione dove stavamo incidendo. Quello shock ha prodotto il brano più suonato dalle radio di tutto il mondo. Se fossimo rimasti chiusi in casa, ognuno con il suo strumento, non sarebbe mai successo".

Aveva 18 anni, Ian Paice, quando decise di abbandonare la sua tranquilla vita a Nottingham per trasferirsi a Milano e incidere nel 1966 un improbabile 45 giri di nessun successo cantato nella nostra lingua (Aria del Sud/Non fatemi odiare). "Un flop colossale. Non me la presi, tornai in Inghilterra e dopo pochi mesi diventai il batterista dei Deep Purple. Una nuova vita, una nuova identità artistica. La mia generazione ha avuto tempo, tempo di sbagliare, di riprovarci e di reinventarsi. Non era un problema dire alla casa discografica che avevi bisogno di tre o quattro settimane in più per registrare. Se avevi talento, ottenevi tempo e denaro. Per aprire un nuovo mercato, la nostra etichetta di allora decise di mandarci a registrare un disco dal vivo in Giappone. Un costo pazzesco che però produsse Made in Japan, album che dopo 40 anni vende centinaia di copie alla settimana. Oggi, non riusciamo nemmeno a organizzare un concerto in America...".

Tagli ai budget per incidere dischi, campagne promozionali minimal, nessun passaggio radiofonico: per otto anni, dal 2005, i Deep Purple si sono  rifiutati di registrare dischi. Poi, con uno scatto d’orgoglio, hanno chiamato il produttore dei Pink Floyd, Bob Ezrin, si sono chiusi in uno studio di Nashville e tutti insieme hanno registrato Now What?!, oggi nelle top 20 di tutta Europa. "Suonare non è il clic di un mouse, devi saper leggere uno spartito, conoscere il tuo strumento. Abbiamo fatto alla vecchia maniera, spendendo quel che c’era da spendere, e subito le classifiche e i fan, vecchi e nuovi, hanno risposto. Non assecondare la mediocrità è una strada che paga. Nascondersi dietro il pauperismo di questi tempi è un alibi per fare musica inutile, di pessima qualità. Ragazzi, andate controcorrente, è una bellissima sensazione".

Lo dice lui che certo non è abituato a raccogliere il plauso dei colleghi. Soprattutto quando parla di politica: "Il preconcetto è che se suoni rock non puoi parlare bene di Margaret Thatcher. Io, invece, credo che abbia fatto un grande lavoro in un’era in cui i sindacati paralizzavano la Gran Bretagna. So di non essere allineato, ma sono un signore di una certa età che non ha paura di dire sempre quel che pensa".

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