L'addio amaro a Bergonzi, il grande tenore che avrebbe dovuto essere senatore a vita

Il principe dei critici musicali, Paolo Isotta, ricorda con Panorama il cantante lirico. E riflette: "Era il meglio dell'Italia. È una vergogna che non sia stato nominato a palazzo Madama"

Carlo Bergonzi, Polesine Parmense, 13 luglio 1924 – Milano, 25 luglio 2014 – Credits: Ansa

Costanza Cavalli

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Compianto dalle cronache in questi giorni, il tenore verdiano Carlo Bergonzi, nel 2001, già 77enne, vagava spaesato per le strade di Zurigo. Aveva appena tenuto un concerto per festeggiare i settant'anni di Nello Santi, direttore d'orchestra stabile all'Opera di Zurigo dal 1958 al 1969. Bergonzi dunque vagava urlando: "Isottaaa! Isottaaa!!". Si trattava del critico musicale Paolo Isotta, il quale, durante il concerto, aveva avuto un malore che egli credeva essere un infarto e, accompagnato da un amico medico, era stato portato nel policlinico più vicino. Dopo aver fatto tutti i controlli necessari, Isotta fu dimesso verso le 4 di notte. E si diresse verso l'hotel, nei pressi dell'Opera. Là trovò Bergonzi che ancora vagava e lo cercava, preoccupato, perché nessuno gli aveva saputo dire che fine lui avesse fatto.

Paolo Isotta ricorda commosso l'episodio. E lo racconta a dimostrazione della "straordinaria bontà" del tenore: "Era un vero figlio del popolo, il meglio dell'Italia. Un insieme di ingegnosità, studio (passava le giornate a esercitarsi) e di spontanea disposizione verso l'arte".

Poi, Isotta lamenta la miopia italiana: "È una vergogna che non sia stato fatto Senatore a vita". Giorgio Napolitano l'anno scorso ne ha nominati quattro: Claudio Abbado, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia. "È una vergogna - ripete - che al posto di questi non ci fossero Giorgio Albertazzi e Ennio Morricone; insieme a Carlo Bergonzi sarebbero stati certamente i più degni".

Egli infatti non solo rese grande l'artista che era grazie alla sua personalità, ma rese grande l'Italia nel mondo. In un modo che nemmeno Pavarotti seppe replicare. Quest'ultimo imparò da lui la nitidezza della dizione, della fonazione articolata, ma solo "se l'avesse imitato in tutto sarebbe stato il più grande".

Infatti, come già Isotta scrisse sul Corriere dieci anni fa, Bergonzi possedeva uno dei timbri più pieni e dolci insieme, una voce sapientemente disciplinata, con acuti energici e squillanti così come morbidi e duttili. E riusciva a padroneggiare il fiato tanto da creare un fraseggio che sembrava non interrompersi mai.

È chiaro che a Isotta non va giù quanto Pavarotti abbia sciupato il suo dono, quel timbro cristallino che ha sfruttato in commistioni pop e rock e che gli hanno fruttato fama e denaro assai di più delle sue performance liriche. E quando si osserva che anche Bergonzi nel 1967 aveva pubblicato un 33 giri di canzoni italiane (vi inserì anche una sua composizione degli anni '40, "Alla mamma"), il critico puntualizza: "No, questa è una cosa diversa. Quel lavoro di Bergonzi si inserisce nella tradizione popolare italiana e napoletana. Prima di lui l'avevano fatto Caruso e Tito Schipa".

Il talento innato l'aveva, certamente. Ma se ne accorse tardi, quando da baritono conquistò, da solo, l'estensione tenorile, "semitono dopo semitono", scrive Isotta. La folgorazione avviene nel 1950, quando in una pausa della Madama Butterfly a Livorno "tira" un Do sovracuto che gli fa capire che la sua vita artistica si trova mezza ottava sopra. Sforzi che gli varranno la sua chiara fama, ma anche momenti di imbarazzo, come quando al Teatro regio di Parma durante un'Aida fu apostrofato dal loggione "Tajani!" (cantante di musica leggera in voga in quegli anni). La causa era un Si bemolle indicato da Verdi come "pianissimo" ma che così pianissimo non era mai stato fatto. Bergonzi salì in loggione, partitura alla mano, e spiegò ai suoi detrattori perché fosse giusta la sua interpretazione.

La volta di Zurigo con Isotta siamo certi che la macchina con cui i due avevano viaggiato non era una Maserati. Bergonzi, infatti, trent'anni prima, ne aveva perse ben due in due differenti mareggiate, una a Trieste e una a Jesolo. Da allora, aveva deciso di cambiare marchio.

 
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