L’introduzione al pianoforte ricca di lirismo, i synths ariosi e cinematici, il folgorante riff di chitarra alla Chic, il testo sensuale e spirituale al tempo stesso, l’irresistibile groove funky-soul.

Sono questi alcuni degli ingredienti del successo di Figli delle stelle, oggettivamente una delle più belle canzoni italiane degli ultimi quarant’anni, che ha reso Alan Sorrenti, allora già amatissimo nel circuito prog (Aria del 1972, Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto del 1973) ) e fusion (Sienteme, It's Time to Land del 1976), una star del pop.

Una gabbia fin troppo stretta, quella della popstar, da cui Sorrenti, da vero outsider, è uscito già nel 1981 con il rock de La strada brucia per poi proseguire nella sua personale ricerca musicale, sempre aperta a nuovi stimoli

Il 3 novembre, per celebrare i quarant’anni del suo album più famoso, la Universal pubblicherà 2 nuove Anniversary Edition di Figli delle stelle: 2CD, in cui all’album originale rimasterizzato si aggiunge un bonus disc con brani strumentali, remix e una nuova inedita versione archi e piano di Figli Delle Stelle, e in formato vinile da 180g.

Figli Delle Stelle venne registrato tra l’Italia e la California nel 1977 con la collaborazione di artisti di fama internazionale, come il produttore Jay Graydon (Al Jarreau, Barbra Streisand, Diana Ross, Marvin Gaye) a cui dobbiamo l’indimenticabile riff  di chitarra del singolo, il bassista David Hungate (Toto) e il pianista David Foster (Madonna, Celine Dion, Bee Gees, George Harrison, Andrea Bocelli, Laura Pausini).

Figli delle stelle, oltre alla title-track, contiene altri brani memorabili come Donna Luna, Casablanca, E tu mi porti via e Passione, una delle canzoni napoletane più famose di sempre, scritta nel 1934 da Libero Bovio e musicata da Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente, riarrangiata qui in quello stile "LA Sound" che ha influenzato tutto l’album.

Alan Sorrenti, quando hai inciso Figli delle stelle nel 1977, ti saresti mai immaginato che, 40 anni dopo, sarebbe stata ancora una canzone così amata e ascoltata da diverse generazioni?

“Quando ho completato il testo, dopo che la parte strumentale era già pronta, ho avuto la sensazione di aver realizzato qualcosa di speciale, anche se non potevo prevedere che sarebbe rimasta nel tempo.

Se analizzo la genesi del brano, le parole allora mi venivano quasi da sole e ricadevo sempre nella frase “figli delle stelle” che, in sintesi dice quello che siamo, cioè degli esseri universali, perché la scienza ha in seguito scoperto e provato che noi abbiamo gli stessi elementi di cui sono formate le stelle.

Questo messaggio spirituale, che ci tocca nel profondo a livello inconscio, unito alla carica di energia e di gioia pura di vivere che dà la musica, ha fatto sì che questo brano passasse attraverso varie generazioni.

I ragazzi di oggi conoscono la canzone, ma non necessariamente conoscono me. Una sera stavo tornando nella mia casa a Roma e c’era un gruppetto di ragazzi che cantava con la chitarra Figli delle stelle, con la voce piena di gioia. Gli sono anche passato vicino, ma non mi hanno riconosciuto. Non li ho voluti disturbare, perché avrei rovinato la magia di quel momento”.

Tutti conoscono il singolo, ma non altrettanti l’album Figli delle stelle, ricco di episodi felici. Questa riedizione è un’occasione di far conoscere nuovamente tutta l’opera nella sua interezza?

“All’epoca ebbe un grande successo Figli delle stelle, è il mio disco che ha venduto di più (oltre un milione di copie n.d.r.), ma con gli anni, forse, si è perso il valore dell’intero l’album, che era una bella ricerca sul ritmo e sulla scena funky-pop-soul di fine anni Settanta.

Allora Figli delle stelle è stata codificata erroneamente come disco music, ma non lo era. La disco era Donna Summer, ad esempio. Io mi rifacevo a quello che si chiamava allora l’ "LA Sound", che ha influenzato tutta la produzione del periodo.

Gli straordinari musicisti che suonavano nel disco, come David Foster,  David Hungate e Jay Graydon, erano la versione bianca di ciò che allora suonavano gli Earth Wind & Fire e i Kool & The Gang. Figli delle stelle, con il suo sound internazionale, ha rimesso in gioco nel 1977 tutto il pop italiano”.

Casablanca, Passione e Donna Luna, tre dei brani migliori dell’album,  sono ancora attualissimi nelle loro sonorità funky-soul. Merito dei brani o è la musica pop a non aver fatto grandi passi avanti negli ultimi 40 anni?

“Forse perché l’album è uno degli ultimi prodotti completamente analogici, tutto suonato in uno studio modernissimo di Los Angeles, in cui si sente l’energia di chi era entusiasta di suonare in quel progetto perché era il primo approccio con l’Italia che avevano quei musicisti incredibili.

La mia ricerca si è sempre concentrata nel creare un sound internazionale, probabilmente influenzato da mia mamma gallese. Andavo spesso in Inghilterra, dove mi nutrivo di musica soprattutto progressive, il che ha influenzato il mio modo di cantare, non tipicamente italiano. Quando ho registrato il disco, era un momento speciale per Los Angeles, c’era grande energia e libertà, anche se erano anni segnati dalla guerra.

Ho reinciso Passione perché sentivo che la melodia napoletana, suonata in un certo modo, è molto internazionale e si sposa bene con le armonie americane. Casablanca è un cocktail di Brasile e Europa, immaginato in Marocco e registrato a San Francisco. Per l’album Sienteme It’s time to land ero andato con il mio fotografo a realizzare la copertina a Casablanca, una città che aveva alcuni punti di contatto con Los Angeles.

Allora Casablanca era famosa per le operazioni con le quali gli uomini cambiavano sesso, per cui la canzone, quando è uscita, ha scatenato una ridda di ipotesi ed illazioni, mentre il titolo era semplicemente frutto di un viaggio in un luogo che amo”.

Nella tua biografia online ti definisci “un outsider visionario e romantico”. Che cosa intendi esattamente?

“Mi definisco outsider alla luce di un libro di Colin Wilson del 1956 che mi ha aiutato molto a capire chi ero, anche nelle scelte drastiche che ho fatto in carriera. L’outsider è qualcuno fuori dagli schemi, che guarda sempre oltre e che non appartiene a nessuna categoria specifica.

Io, a livello stilistico, ho cambiato drasticamente nel corso degli anni, entro nelle situazioni e poi ne esco perché, in realtà, non appartengo a nulla. Uno stimolo interiore mi porta sempre a cercare oltre, a non accontentarmi, ma il prezzo che si paga è quello di non essere inserito in un sistema specifico, di cui alcune volte soffro, perché il sistema oggi è molto forte.

Negli anni Settanta, il "non esserci" era considerato interessante, non il presenzialismo che oggi va per la maggiore. Io non volevo essere incasellato nel sistema della popstar, non mi apparteneva, così cambiai di nuovo. Con La strada brucia del 1981 ci fu una rottura col passato perché volevo tornare al mio amore per il rock”.

Dopo il repack di Figli delle stelle, è prevista anche la pubblicazione di un album di inediti e un tour?

“Il progetto della Universal è in tre fasi. Dopo Figli delle stelle, a marzo verrà pubblicata una retrospettiva del mio periodo progressive, quello compreso tra il 1972 e il 1976, con alcune rarità. Ho scoperto negli archivi dell'etichetta alcuni brani molto interessanti del mio primo periodo, cantanti in inglese, che avevo completamente rimosso dalla memoria.

Intanto, ho registrato per la prima volta due brani con mia sorella Jenny, Vorrei incontrarti e Sienteme, che usciranno ad inizio 2018 sulla riedizione del suo Prog explosion, inciso con i nuovi Saint Just.

Infine, la prossima estate, dovrei pubblicare un album con brani inediti, il primo dai tempi di Sott’acqua del 2003, lanciato da Paradiso beach, la cui title track è uno dei brani più belli che ho scritto. Non vedo l’ora di tornare a esibirmi il prossimo anno, anche se non abbiamo ancora deciso se fare concerti prog o se restare tra ‘i figli delle stelle’”.

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