Ry Cooder, la musica e i viaggi da Buena Vista Social Club a Tokyo

La nuova avventura del globetrotter della musica punta a est, verso il Giappone. Lo racconta a Flair , nel numero di ottobre

Gli album del musicista e compositore Ry Cooder, 66 anni

Gianni Poglio

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«Su una parete di casa ho messo in fila le copertine di tutti i miei dischi. In quei vinili, incisi negli ultimi trent’anni, c’è la mia ossessione per le contaminazioni. Dopo Cuba, Mali, il Messico e la musica desertica (a cui è ispirata la celebre colonna sonora di Paris Texas, il film cult di Wim Wenders, ndr) è arrivato il momento di guardare a est, al Giappone».

Tre Grammy Award negli Anni ’90, l’ultimo per Buena Vista Social Club nel 1998, Ry Cooder è il più talentuoso viaggiatore vivente tra le note. Il senso della sua arte è confondersi, mischiarsi (l’ultimo album, Live in San Francisco, è un tributo alla musica popolare messicana).

«Sono in partenza per Tokyo e dintorni. Voglio scrivere canzoni con artisti locali e mettere in musica il senso di smarrimento di una nazione davanti al disastro nucleare di Fukushima, che rischia di negare il futuro alle prossime generazioni. La paura del domani è un formidabile impulso alla creatività e io voglio intercettare i sentimenti di un popolo spaventato. Ambizioso? Forse, ma voglio provarci».

Dal punto di vista sonoro, quella sulla costa del Pacifico, sarà quanto di più lontano possa esserci dal rock’n’roll e dalla sua metrica quadrata. «Non c’è dubbio: suoneremo folk tradizionale, un genere nato ad Osaka e chiamato kawachi ondo. Avremo a disposizione normali chitarre a sei corde e lo shamisen, strumento simile a un banjo con sole tre corde. Costosissime, perché fatte di pura seta. La corda più bassa, se suonata separatamente dalle altre, produce il suono di un sitar. Le geishe di fine Ottocento erano straordinariamente abili con quello strumento. Faceva parte integrante del loro repertorio di intrattenimento».

Facile immaginare che uno strumento del genere possa rivelarsi proibitivo nelle mani di un musicista dell’ovest. Per molti, ma non per Cooder: «Suonarlo è la parte meno difficile. Il problema è quello che viene prima, cioè l’accordatura ad orecchio. Occorrono fino a cinquanta minuti. E non esistono giocattoli elettronici in grado di accordare uno shamisen, solo le dita e le orecchie di un uomo possono farlo suonare. Con pazienza e senza isterismi. Non è cosa per newyorkesi stressati... Per fortuna, aggiungo io. Dal mio punto di vista, non può esistere una app per tutto». 

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