Pacifico, per Flair i versi, la musica e le parole del più sorprendente autore italiano

Il musicista e paroliere Pacifico interpreta l’oceano che lo affascina di più. Per Flair, in edicola con Panorama 

Pacifico (Credit: Courtesy Gibilterra Management)

Pacifico

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È un nome bellissimo, Pacifico. Che affascina e conquista perché ambiguo e ambivalente. Dentro quelle acque si agitano, come per magia, meraviglie e sorgenti inesauribili di paura. Quella del Pacifico è una vastità che spiazza, una profondità che pretende rispetto, una profondità che profuma di leggende e misteri inafferrabili. Una complessità ardua da decifrare, dispersa in un dedalo di corridoi subacquei: rotte segrete e millenarie mai violate dall’uomo in cui solo le balene sono abili a districarsi.

Seduto in riva al Pacifico con un taccuino e una penna sei fermo, ma in realtà ti muovi, liberi l’immaginazione. E metti a fuoco i volti dei bimbi immersi in uno sterminato campo-giochi fatto d’acqua, le facce segnate dal sole, le donne cinte di ghirlande, la natura che diventa ornamento e gioielleria.

Ma il Pacifico è anche suono: percussivo e profondo come quello di un tamburo nelle viscere degli abissi; leggero e brillante come un flauto a pelo d’acqua. Seduto in riva al Pacifico il colore della natura ti travolge, ti costringe a convivere con una nettezza cromatica che dilaga, che non lascia scampo. Dolcezza e durezza: il mondo spalmato lungo le sponde dell’oceano Pacifico è suggestione romantica ma anche progresso spietato, è il rumore indistinto di una babele di megalopoli, simbolo di una nuova ricchezza che avanza. La colonna sonora di un mondo che cambia.

Versi per un oceano lontano 

«L’Oceano, d’acqua, d’onda, di buio,

di riflesso, di schiuma, di squame,

di legno marcio. Mescolato dai terremoti.

Pieno di vita eppure di silenzio, dentro solo tonfi,

cadono nell’ovatta bombe e relitti. L’oceano inizia

davanti casa, inizia lontanissimo. Copre la terra

appena si ritira, appena si spacca la riempie.

Nell’Oceano stanno i sogni.

Forse le anime quando trapassano, prima di arrivare a riva resuscitate.

Io mi ci inginocchio davanti quando lo vedo, mi riduce all’impotenza, finalmente.

 Mi fa sentire nostalgia e non so di cosa. Mi mette addosso lo struggimento

 che spesso precede il partire».

 

(Testo raccolto da Gianni Poglio)

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