Carlo Monterossi, il successo dei libri e della successiva serie tv
(Ciriello, Amazon Prime Video)
Carlo Monterossi, il successo dei libri e della successiva serie tv
Televisione

Carlo Monterossi, il successo dei libri e della successiva serie tv

Carlo Monterossi, Detective Per Caso. Tutto maiuscolo, come Alessandro Robecchi lo scriverebbe nei propri romanzi. Monterossi, protagonista su Amazon Prime Video della serie omonima, non ha niente dell’investigatore così come il genere giallo lo ha dipinto negli anni: il rigore formale, l’intelligenza brillante, la logica deduttiva. A dirla tutta, sembra disegnato per essere la nemesi di tutti i Poirot e degli Sherlock Holmes, un uomo «venduto» alla televisione cui il caso e una ragazza di nome Nadia Federici forniscono movente e mezzi per farsi carico di un’indagine. Monterossi, Detective Per Caso, ha poco del detective. Eppure, Monterossi - La serie, adattamento dei primi due romanzi che Robecchi ha dedicato al suo personaggio (Questa non è una canzone d’amore e Dove sei stanotte, editi da Sellerio nel 2014 e nel 2015), è fra le migliori produzioni di genere, l’unica in Italia capace di coniugare - e bene - noir e commedia.

Monterossi - La serie, come i romanzi dai quali è tratta, racconta la storia di un uomo, un autore televisivo «reo» di aver creato un contenitore tanto popolare quanto trash, rimasto invischiato in una spiacevole vicenda criminale. In scambi di persona, tentati omicidi, fanatismo politico, vendette, ritorsioni e ricatti. In regolamenti di conti di zingari sinti e mattanze comandante dalla Milano bene, una Milano dove il cielo non è grigio, ma i tramonti e le albe si litigano spazi d’azzurro, di rosa e di arancione. Una Milano raccontata con leggerezza e ironia. Perché Monterossi, che nella serie ha il volto di Fabrizio Bentivoglio, è la personificazione dell’inadeguatezza: un detective amatoriale, i cui guizzi geniali dipendono in larga parte dalle abilità di Nadia Federici (Martina Sammarco) e di Oscar Falcone (Luca Nucera), suoi amici e, all’occasione, dipendenti. Il giallo, dunque, procede su binari propri, lontani da quelli codificati e ormai prevedibili della traidizione. Procede in un’escalation di sarcasmo ed equivoci, dove il mistero vive nel tessuto sociale e con questo si mescola, restituendo - senza la retorica pomposa che spesso lo accompagna - il quadro vivido di un Paese allo sbando. Monterossi racconta attraverso il giallo un’Italia abbagliata dagli orrori televisivi, racconta di conduttrici inondate da luci bianche, di quelle studiate per cancellare i segni del tempo ed enfatizzare le smorfie grottesche che l’empatia, quella finta, produce. Racconta di una generazione gambizzata dai privilegi dei propri genitori, dal precariato, dagli stipendi miserevoli, da un talento che non è condizione sufficiente ad ottenere nulla. Racconta di politica e politicamente corretto, della burocrazia e dello stillicidio insito nel suo incedere lento. Lo fa, però, senza cadere (o scadere) nel moralismo stucchevole che, il più delle volte, viene utilizzato per enfatizzare i grandi messaggi. Lo fa con la naturalezza di chi riferisce ciò che vede. E in questo, nell’ordinarietà assolutamente condivisibile, di personaggi e prospettive sta la forza di Monterossi.

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