Renato Zero: «L'amore è una conquista, come la vetta dell'Everest»
Renato Zero: «L'amore è una conquista, come la vetta dell'Everest»
Musica

Renato Zero: «L'amore è una conquista, come la vetta dell'Everest»

L'ambiziosa trilogia di "Zerosettanta", quasi una summa del suo percorso artistico, si conclude con Volume Uno, il terzo album di inediti in tre mesi del grande cantautore romano

Se c'è in Italia un culto laico che non accenna a diminuire, ma che, anzi, continua ad aumentare i suoi adepti, è quello dei sorcini, i fan di Renato Zero, artista che a 70 anni, dopo aver segnato quasi mezzo secolo di musica, di costume e perfino di linguaggio del nostro paese, è ancora oggi uno straordinario catalizzatore di energia e di emozioni. In tre mesi il cantautore romano ha pubblicato i tre dischi che compongono l'ambiziosa trilogia di Zerosettanta, una sorta di summa del suo percorso artistico attraverso 40 brani inediti, ispirati, raffinati, romantici, provocatori, in cui si respira la stessa urgenza artistica ai tempi della "Zeromania". «C'è sempre tanto da dire, tanto ancora da scrivere. Io ho sempre addosso una certa premura, come se fuori dalla porta ci fosse un esattore, perennemente avido di riscuotere profitti dalle mie esperienze. Forse il funzionario è la mia stessa coscienza». Come è sempre avvenuto, Zero spazia con naturalezza tra vari argomenti, con un occhio sempre attento a ciò che sta avvenendo in questi mesi. «L'amore, qui, ha preteso più spazio. Ma il filo del discorso sono questi miei rumorosi anni, riflessioni e bilanci, tracce del mio passaggio. Non è vero che sono un cantante. Non lo sono mai stato. Un osservatore pensante e parlante, si. Un raccoglitore di anime, con un costante rispetto ed innamoramento verso la melodia».

Nell'ultimo album,Zerosettanta - Volume Uno, Renato invita l'ascoltatore a non fermarsi, a rimboccarsi le maniche, a proseguire e andare avanti «per dare smacco a questo tempo, privo di logica e di attenuanti». Il disco si apre con Amara Melodia, un'accorata richiesta di scuse proprio alle Signora Melodia che tenta di sopravvivere, tra mille difficoltà, nell'era in cui la musica di plastica, a uso e consumo dello streaming, con poca dinamica e pochissima anima, sembra aver preso il sopravvento. Io non mi stancherò mai di te è un romantico appello alla persona amata, con la richiesta accorata di un ultimo incontro, mentre Orfani di Cielo è quasi una preghiera laica, colma di speranza, con un pensiero rivolto ai lavoratori del mondo dello spettacolo, «gente che comunica felicità, attiva, positiva, generosa e che sorride sempre». Anche Nemico Caro è una sorta di missiva, in cui Zero grida al suo detrattore «Sfidami / torna qui / dove vai / mi annoio se non ci sei». Curioso il contrasto tra la dolcezza di Io e Te e la travolgente irriverenza de L'Ultimo Gigolò, così come tra l'intensa ballad Ti ricorderai di me e lo scanzonato brano pop Finalmente te ne vai. Dopo un salto nell'età della giovinezza in Gli Anni Della Trasparenza e nelle varie declinazioni dell'amore in C'è, nella corrosiva L'Italia si desta? Renato torna prepotentemente nell'attualità, tratteggiando una nazione disillusa e ferita, che ha smesso di credere in quegli stessi valori che hanno contribuito a farla conoscere al mondo come "Il Belpaese", rinunciando anche «a pane e burro per una fetta di ipocrisia / in balia di questa democrazia cieca». Il tuo eterno respiro è un ringraziamento sincero e caloroso a Madre Terra, mentre la chiusura dell'album è affidata a Un Mondo Perfetto, in cui viene dipinto un mondo idilliaco fatto di tolleranza, equilibrio, innocenza e rispetto per il prossimo. «Con questi 40 brani ho voluto un po' movimentare il mio repertorio», ha sottolineato Zero nella conferenza stampa via Zoom, «mentre molti artisti si accontentano delle 10 hit che gli danno da mangiare. Renato non è mai stato collocabile in un certo mondo e una certa élite, ma il mio essere scevro dai contratti discografici, senza limitazioni o censure, mi ha fatto guadagnare questa indipendenza, che piace molto al pubblico».

Per quanto riguarda la scelta delle tre copertine, in cui il cantautore non appare in foto ma stilizzato nei disegni di Valeria Corvino, Zero ha detto: «Volevo evitare di essere in copertina perché è un'ovvietà che distoglie dal racconto. Ho preferito questa formula disneyana, mi sono ripreso quasi ripreso un'infanzia poco frequentata dal sottoscritto. Ero in balia degli anziani, mia nonna mi scarrozzava, nelle periferie romane, a trovare parenti che avevano almeno 60 anni: questo odore di maturità me lo sono portato dietro per tutta la vita. Se la nostra parte infantile non l'abbiamo ancora cancellata, essa può essere la risorsa per farci invecchiare ridendo, anche di noi stessi». Riguardo alle sue doti profetiche, come effettivamente dimostra il brano Contagio, contenuto nell'album Via Tagliamento 1965/70, Renato quasi si schernisce: «Non voglio essere sciamano degli altri, ma mi limito a prospettare delle ipotesi. Quando ho fatto Contagio il virus era lontano anni luce, sono rimasto amareggiato anch'io della situazione che stiamo vivendo, poiché non possiamo evitare stonature e devianze perché dipendiamo sempre da qualcuno: ogni volta che dico certe cose, corro il rischio di passare per il pazzo del villaggio». Zero non si vergogna del suo essere un inguaribile romantico, come conferma nel brano Amore sublime: «In questi giorni sentiamo sempre più spesso parlare di violenze e di femminicidio, ma, dall'altra parte dell'universo, ci sono ancora persone che un amore lo sanno vivere, respirare, condividere. L'amore sublime c'è esiste, è una conquista, come la vetta dell'Everest. L'amore sopravvive alla morte, è un pieno di carburante: chi lo ha ricevuto, con quello va avanti e non ha paura di morire». In attesa di tornare il prima possibile a calcare i palchi italiani, il cantautore vuole tenere compagnia al suo fedele pubblico con queste 40 nuove canzoni: «La musica è come un salvagente provvidenziale, consente di raggiungere un approdo sicuro e duraturo: vi regalo quest'ultima finestra, dove affacciarvi nei momenti difficili».

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