Quella volta che incontrai Morricone
(Michael Ochs Archives, Getty Images)
Quella volta che incontrai Morricone
Musica

Quella volta che incontrai Morricone

Il ricordo di un grande uomo più ancora che musicista unico

Ennio Morricone era un uomo indimenticabile al primo incontro. Una simpatia soffusa di ironia romanesca che strappava facilmente il sorriso, ma aveva soprattutto la fortuna di unire in sé una forte sensibilità del sacro a una lucida percezione matematica del mondo, cosa che, tra l'altro, lo rendeva un abile giocatore di scacchi (riuscì a pattare a scacchi una partita a Torino con il mitico Boris Spasskij). Ascoltare gli aneddoti della sua vita era piacevole, riusciva a renderli visibili, trasformandoli in piccole sceneggiature. Aveva, anche, quel particolare senso trascendente del tempo interiore e del ritmo naturale delle combinazioni numeriche che trasferiva nelle sue opere. Componeva senza bisogno della trascrizione al pianoforte, la melodia si creava nella sua mente. Non credeva nell'ispirazione, ma nel talento accompagnato dal duro lavoro.

Quel giorno a Venezia, mi aspettava da solo, guardava il mare e le sue dita scarne tamburellavano sul bracciolo della sedia, lentamente come a cercare una melodia anche dal movimento delle onde. Sembrava l'attesa immobile di un messaggio. Quale musica sentiva guardando la natura? Disse che annusava l'aria, ascoltava la diversa intensità del vento sulla pelle: quando il ritmo interiore trovava uno spiraglio nel flusso sarebbe nata l'idea. Era un concetto sciamanico della musica che incantava per la sua spiritualità. Amava nascondere messaggi nelle melodie: come nel Clan dei Siciliani dove quattro note si sentono ripetutamente (Si bemolle, La, Do, Si) che messe in fila secondo la notazione tedesca indicano il nome di BACH che amava.

Figlio di musicisti, come il padre studiava la tromba al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma anche se – raccontava – quando incontrava la sua futura moglie la nascondeva in una valigetta per non far capire quale strumento portasse: voleva lo vedesse come un compositore. Suo padre diceva che con la tromba aveva mantenuto la famiglia e lo avrebbe di certo fatto anche lui. Ebbe un inizio poliedrico (lui preferiva definirlo disordinato). Nella Roma in guerra suonava a tromba nelle orchestrine degli avanspettacoli poi, sfumato un posto da insegnante al conservatorio cominciò ad arrangiare canzoni per la radio e le riviste. Voleva dedicarsi esclusivamente alla musica contemporanea e nel 1958 partecipò ai laboratori di Darmstadt ai tempi dello sperimentalismo spinto. Poi venne il ruolo di arrangiatore con la RCA. «Ho arrangiato di tutto per guadagnarmi da vivere in tempi in cui musica commerciale e musica assoluta erano su poli opposti e ho imparato a manipolare la musica con libertà » - diceva - ma le canzoni con i suoi arrangiamenti restano indimenticabili: Sapore di Sale di Paoli, Ciao Ciao Bambina di Modugno, Ogni volta di Paul Anka, Se telefonando di Mina per ricordarne alcune. Esordì nel cinema nel 1961 con Il Federale grazie a Luciano Salce che fu profetico: «Non è famoso ma lo diventerà» disse a Dino De Laurentis. Da quel momento ha scritto per i più grandi registri e composto musiche per più di 500 film. Anche se non gli piaceva essere ricordato come compositore di western, con Sergio Leone - suo compagno di classe nelle elementari – ebbe un sodalizio unico. Fu una vera amicizia, con qualche sana litigata. Leone non era mai contento, rifaceva fare le scene ai rumoristi per settimane. Conoscendolo, quando iniziavano le registrazioni e diventava insopportabile preferiva andarsene lasciandolo in balia dei musicisti. Morricone amava ricordare che il fischio, diventato celebre nei film di Leone fu un suo omaggio. Sapeva che gli sarebbe piaciuto infatti gli brillarono gli occhi appena lo sentì. Poi insisteva di metterlo in tutte le colonne sonore tanto che al terzo film fu costretto a dirgli «A Se', ebbasta fischià!». Però dovette poi inventare un'altra onomatopea per "Per un pugno di dollari" con il coyote e due voci strozzate. Ci rideva sopra ricordandolo come un film bruttissimo. I suoi ricordi più belli andavano a "C'era una volta in America" scritta a Los Angeles, a Elio Petri per cui compose la colonna di "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto", Bryan de Palma con "Gli Intoccabili", a Pasolini, a Gillo Pontecorvo e all'amato Giuseppe Tornatore con "La leggenda del pianista sull'oceano".

Le note che oggi più risuonano nel suo ricordo sono quelle di "Mission" dall'oboe di padre Gabriel (Jeremy Irons) nel fitto della foresta del Paraguay. Il produttore del film, Fernando Ghia, lo aveva trascinato a Londra per vedere il film senza musiche facendolo piangere come un bambino. Studiò la musica sacra del Seicento, Claudio Monteverdi, Pierluigi da Palestrina, ritmi etnici e cori liturgici, poi l'intuizione e nacque "Gabriel's Oboe", "Come in Cielo così in terra", "Ave Maria Guarani" e tutta la colonna sonora nominata agli Oscar nel 1986 e vincitrice del Golden Globe e del BAFTA. Mai sceneggiature e musica risultarono così credibili storicamente tanto che, mentre andava a prendere i giornali in Piazza del Gesù (dove abitava prima di trasferirsi all'EUR), un gesuita lo avvicinò per chiedergli di scrivere la messa per i 200 anni dalla ricostituzione della Compagnia soppressa nel 1773.

Bellissimo il ricordo del maestro Nazzareno Carusi, consigliere del Teatro alla Scala di Milano.

«La gentilezza, la naturalezza, la spontaneità, l'umiltà e quasi la ritrosia che dimostrava erano incredibili a fronte d'una grandezza da gigante evidente a chiunque. Trasformava in musica qualsiasi cosa di cui parlasse. Anche dai suoi racconti di vita sentivi dentro di lui la vibrazione di note e armonie: nella descrizione dei fatti, nei dettagli, nel senso stesso dato ad una frase. La sua inventiva melodica, armonica, la sua genialità e la sua fantasia incommensurabile sono certamente un compendio di tutta la storia della musica che aveva in animo e nelle vene. E intorno all'ispirazione c'era un'immane mole di lavoro. Come in ogni genio, che racchiude dentro sé il mondo di ciò che è stato prima e di quel che avviene intorno a lui, e così intravede ciò che arriverà in futuro. Morricone è Morricone: inconfondibile. Per sempre».

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