Born to run, la cover
Musica

L'album del giorno: Bruce Springsteen, Born to run

Nel capolavoro del 1975, che alterna epiche cavalcate rock a ballad malinconiche, il Boss racconta l'altra faccia dell'America, quella proletaria e inquieta in fuga dall'incubo della quotidianità

"Stavo suonando la chitarra sul mio letto quando d'un tratto le parole di Born to Run mi vennero in testa. Pensavo si trattasse del nome di un film o di qualcosa che avevo visto mentre guidavo. Mi piaceva la frase perché suggeriva un dramma cinematografico che si adattava perfettamente alla musica che avevo in testa per quelle parole". Così Bruce Springsteen ha raccontato la genesi della title track di Born to Run, da molti considerato non solo il miglior album del Boss, ma uno dei migliori della sessantennale storia del rock.

Dopo due album di qualità, ma per certi versi ancora acerbi, come Greetings From Asbury Park e The Wild The Innocent and The E Street Shuffle, Springsteen era giunto al terzo e ultimo album con la Columbia, per la serie: o la va o la spacca. Nella E Street Band al posto di David Sancious e Vini "Mad Dog" Lopez subentrarono Roy Bittan al piano e Max Weimberg alla batteria dopo un gran numero di audizioni, diventando poi due colonne degli epici concerti del Boss. Nel frattempo era entrato nella band "Miami" Steve Van Zandt, amico fraterno e figura centrale per il sound del gruppo.

Jon Landau, il giornalista di Rolling Stone che scrisse la celebre frase "ho visto il futuro del rock'n'roll il suo nome è Bruce Springsteen", subentrò di fatto a Mike Appel, con il quale la tensione e le divergenze artistiche erano sempre più forte. Un bene, dal punto di vista artistico, un male perché Appel fece causa al Boss, causando di fatto un blocco discografico di oltre tre anni, terminato con il cupo Darkness On The Edge Of Town del 1978.

Dopo sei mesi di sessioni estenuanti in studio, da cui è nata la leggenda del perfezionismo maniacale di Bruce, il risultato furono otto brani straordinari, trainati da capolavori come Born to run, Thunder Road e Jungleland. Epici brani rock si alternavano a ballad malinconiche, raccontando l'altra faccia dell'America, quella proletaria e inquieta che, più che in cerca del Sogno Americano, era in fuga dall'incubo di una quotidianità soffocante.

La leggendaria foto di copertina di Eric Meola, frutto di un'unica session effettuata nel giugno 1975, è un ritratto perfetto dell'allora 26 enne Springsteen: fisico asciutto, capelli arruffati, l'inseparabile Fender Telecaster a tracolla acquistata per 185 dollari, il giubbotto di pelle, la spilla di Elvis, ma soprattutto la posa fraterna accanto al compianto Clarence Clemons, quasi a simboleggiare la perfetta fusione tra rock bianco e groove nero nella sua musica.


Bruce Springsteen - Born to Run (Official Music Video) www.youtube.com


Non è un caso che Bruce abbia dichiarato che Born to Run è "un disco sull'amicizia", che poggia soprattutto sui capolavori Thunder Road, Born to Run e Jungleland, tre brani che sono da anni tra i momenti più attesi dai fan nei suoi leggendari concerti. Il primo brano è fondamentale per il successo dell'album e Thunder Road è il miglior inizio che ci potesse essere per introdurre l'ascoltatore alla magia di Born to Run.

La canzone, originariamente intitolata Wings for Wheels, è stata ispirata da un manifesto di un film di Robert Mitchum, mai visto dal Boss, che narra la storia di un contrabbandiere in fuga verso il Sud. La protagonista della canzone è Mary, un nome ricorrente nella poetica del Boss, si pensi al capolavoro The River.

Springsteen ha scritto la title track Born to Run nella sua camera da letto a Long Branch, nel New Jersey, ispirato da una storia di sapore cinematico tra un ragazzo e una ragazza nati per correre e per inseguire i loro sogni, costi quel che costi. Non è importante dove vanno, l'importante è non rimanere fermi e adagiarsi nella mediocrità della vita di provincia.
Nata sulle sei corde della chitarra e terminata al pianoforte, Born to run era stata pensata inizialmente come una ballata ma, forse timoroso che fosse troppo romantica, Springsteen l'ha resa epica con le sue trascinati sonorità rock.

Jungleland è una cavalcata epica e al tempo stesso in intima di quasi 10 minuti, resa indimenticabile dall'assolo di sax di Clarence Clemons. Pensate che le registrazioni della parte di Big Man richiesero 16 ore, con Springsteen che dettò a voce, nota per nota, come voleva che fosse l'assolo. La canzone apre diverse finestre tra più storie, tra i giovani che si danno appuntamento ad Harlem, la storia d'amore di Magic Rat, che muore dopo un incidente stradale, le sfide a colpi di chitarra tra gang e la vicinanza/distanza tra New York e il New Jersey, separati solo da un ponte. Folgorante la recensione dell'album scritta da Lester Bangs sulla rivista Creem: "Il dono di Springsteen sta nel modo in cui ha ripensato suoni e atteggiamenti tradizionali, inventando una sintesi abbastanza innovativa da costruire un piccolo Rinascimento. Dopotutto, cosa c'è di più démodé dell'avant-garde?".


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