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'Il tuo nemico': intervista a Michele Vaccari

Una delle voci più originali e 'fuori dal coro' della narrativa italiana racconta la rivoluzione solitaria di un neet nella società di oggi

Il tuo nemico di Michele Vaccari è un romanzo attualissimo, pieno di spunti su cui riflettere sulla società in cui viviamo, raccontati attraverso un raffinato registro stilistico che percorre, esplorandola, la letteratura italiana degli ultimi cinquant’anni. E' anche la storia di due ragazzi soli e disperati, di un amore, di un'avventura e di un mondo - il nostro - in cui la ricerca di un un nemico da combattere sembra essere l'unico tratto che che ci accomuna.


Gregorio, il protagonista de Il tuo nemico, è un ragazzo molto dotato e brillante, che viene però limitato e schiacciato sia dalla famiglia che dalla società, e per questo decide – come gesto di profonda ribellione - di autorecludersi in casa, diventando quello che i giapponesi definiscono un “hikikomori”. Lo consideri una figura emblematica, o è semplicemente un personaggio, che si sviluppa e in qualche modo si “conclude” esclusivamente nella dimensione romanzesca?

Quando ho scritto di Gregorio, lo vedevo principalmente come un emarginato. Poco alla volta, la sua figura ha preso spazio nel romanzo. Gregorio ha voluto raccontarmi chi fosse, chi volesse rappresentare. Gregorio, come personaggio, mi ha fatto capire che poteva e voleva essere una figura emblematica. Il suo contraltare è Gaia che, in qualche modo, lo ridimensiona facendogli capire che essere eroi, forse, è qualcosa che riguarda ormai il mondo dei romanzi e non più la realtà.”

Il tuo romanzo, al di là dell’argomento, si impone anche per la scrittura accuratissima e nello stesso tempo molto varia, per la pluralità dei registri stilistici che utilizzi. Una caratteristica non proprio comune nel contesto della narrativa italiana contemporanea. Vuoi dirci qualche cosa su questo aspetto? 

Ho cercato di lavorare sulla lingua perché credo nelle parole, nella loro forza e penso che ogni idea che si voglia esprimere, ogni storia che si creda necessario raccontare, debba avere una propria voce. Ho provato a curare la sintassi, il ritmo e il suono di questo romanzo facendo emergere in me il ricordo delle letture che mi hanno formato, arrivando anche a omaggiare questa memoria attraverso microcitazioni nascoste nel testo. Le avanguardie letterarie del Novecento mi hanno formato e io molte volte non lo sapevo. Non ho fatto scuole importanti, non potevo permettermelo. I romanzi sono stati la mia scuola letteraria. All’inizio, quelli di genere, i grandi capolavori della fantascienza, da Verne a Ballard, passando per le opere più visionarie di Huxley (La scimmia e l’essenza), Morselli (Dissipatio HG), Volponi e Landolfi, poi l’horror e il fantastico, King, Calvino e Gaiman in primis. Le loro opere mi hanno permesso di arrivare a capire che lo stile di un’opera è anche struttura, e quando lo spazio dell’azione è bloccato per ragioni narrative, puoi muovere il tempo, dando così ritmo alla pagina per mantenere salda la fruibilità del testo, alternando salti cronologici a molteplici colpi di scena. Lo stile che utilizzo quando scrivo credo sia il risultato del mio amore per Céline, D’Arzo, Pavese, Gadda, Fenoglio, Hubert Selby Jr, Balestrini, Falco, De Lillo, Faulkner, Dickens, Berto, autori spesso ostracizzati, che non hanno mai scelto una visione comoda della letteratura e hanno lavorato sempre sul come per arrivare al cosa. Amo la scrittura polisemica, l’idea che esista un sottotesto, un andamento della prosa variegato in cui periodi complessi si alternino a paragrafi scheletrici. I miei miti mi hanno insegnato che porsi limiti cercando di andare incontro ai lettori è il modo migliore per omologarsi, non per restare. Io venero scrittori che puoi riconoscere anche strappando la copertina dei loro romanzi, iniziando a leggere senza sapere chi sono, quegli autori riconoscibili per la loro potenza identitaria, al di là delle mode e delle etichette. L’obiettivo, l’ambizione più che altro, era ritornare a una lingua florida, con un vocabolario musicale e articolato che non venisse a patti per forza con l’alta leggibilità minimalista che oggi va molto di moda. I romanzi hanno bisogno di mostrare la loro forza e la loro diversità, che è sempre quella di riuscire a creare un immaginario anche lessicale. C’è un territorio che è stato a lungo quello dei classici che mi hanno reso il lettore che sono oggi. Sono voluto tornare a guardare in quella direzione.

Leggendo Il tuo nemico si avvertono nello stesso tempo una forte tensione morale e una netta presa di posizione politico-sociale, anche queste abbastanza atipiche, in questo periodo. Ti consideri uno scrittore, e un intellettuale, “militante”?

Scrivo storie, cerco di farlo con gusto e originalità. Lo sfondo delle avventure che invento non può essere altro che una commistione tra il mondo in cui vivo e le esperienze che ho vissuto. Vedo una mimesi tra la mia visione politica, l’ideale anarchico, e la mia tensione di narratore. Per me, infatti, è fondamentale che il testo sia la risultante di un rapporto paritario, di scambio reciproco di responsabilità tra lettore e scrittore. In questo senso, credo che nel periodo storico che stiamo attraversando gli autori che sentono di farlo dovrebbero assumersi la responsabilità di portare alla luce i lati oscuri del mondo in cui viviamo, non per fornire una morale o una soluzione ma per porre domande, anche terribili, che ci permettano di mettere in discussione chi siamo, rimettendo al centro della questione l’uomo e il suo ruolo nella comunità umana.

Il tuo nemico si svolge in una sorta di “presente distopico” dove la rete gioca un ruolo fondamentale: in che modo secondo te la “connessione perenne” che caratterizza questi anni incide sulla psicologia, dei singoli individui e collettiva?

Siamo agli albori della conoscenza del mezzo. Viviamo, quindi, una fase di eccitazione generale, non riusciamo ancora a padroneggiare il mezzo e ne siamo totalmente assuefatti: stiamo conoscendo la donna della nostra vita e ci sta travolgendo. La nostra specie ha già attraversato stagioni rivoluzionarie. Non dobbiamo mettere un freno ai conflitti di cui la rete sembra essere pregna. Fa parte del normale processo evolutivo. Superata questa fase, le competenze emergeranno e la rete diventerà il mezzo attraverso cui emanciparci dalle oligarchie e dalle ingiustizie.

Nel romanzo si fa spesso riferimento alla crisi economica che dura ormai da dieci anni. Perché, e in che modo, secondo te la crisi ha colpito soprattutto i giovani? 

Nell’incapacità di mettersi da parte di chi ha sbagliato. Penso a questi giorni, in cui finanzieri senza scrupoli danno alle stampe ignobili pamphlet da veri voltagabbana della crisi credendo che raccontare candidamente di essere stati degli sporchi vigliacchi speculatori, raccontarlo, possa essere in qualche modo una forma di assoluzione. Ma la società non è certo lo scranno di un prete disposto a darti il perdono. I danni provocati non si lavano con una confessione, peraltro melliflua e pateticamente vittimistica. Per essere credibili, certe persone dovrebbero spogliarsi di tutto ciò e mettersi alla pari, dimostrando così di essere davvero disponibili a pagare, in senso letterale. L’unico motivo che li spinge ad ammettere così serenamente le proprie responsabilità è il terrore di finire vittime di una qualche reazione giovanile.  La situazione incomincia a farsi pericolosa e ormai è inutile nascondersi dietro a un crocifisso per ripulirsi l’immagine e passare per chierichetti agli occhi di chi non ha mai avuto nulla e, quando ha cercato di prendersi qualcosa, è stato insultato, denigrato e calpestato persino dalle istituzioni. Il classismo generazionale che hanno subito i ragazzi è senza precedenti.  Pare di essere ritornati allo sconsiderato sfruttamento delle risorse naturali che avvenne a seguito della Rivoluzione Industriale. Le tigri sono rimaste ignoranti, preoccupate solo di rinforzarsi gli artigli per la prossima discesa negli inferi delle plusvalenze. Per fortuna, i ventenni di oggi stanno capendo come contrattaccare.

I genitori di Gregorio hanno un ruolo fondamentale – e non certo positivo - nel romanzo: si possono anche leggere come metafora di una generazione che vuole a tutti i costi difendere i propri privilegi, e che in questo modo impedisce alla generazione successiva di affermarsi? 

Esattamente. 

Vittorino Andreoli ha scritto che “se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso”. È una frase che aiuta a spiegare il titolo del tuo romanzo?

La penso esattamente al contrario. Ho chiamato questo romanzo Il tuo nemico proprio per sottolineare l’ossessione che abbiamo a cercarci un nemico, quando il nostro conflitto dovrebbe essere univoco e meglio focalizzato, puntando verso la direzione opposta: identificare chi siano i veri nemici, che sono pochissimi ma molto agguerriti, gli stessi pochissimi che detengono la maggior parte delle ricchezze nel mondo. Per decenni, è stato così: il nemico era Leone, poi Cossiga, poi Craxi, poi Berlusconi. I ragazzi avevano spesso un solo nemico, e ciò che li rendeva unici era averlo capito, unirsi per sconfiggerlo. Il nemico non deve però diventare un archetipo: il nemico è un essere come noi che vede la società come una propria riserva aurea cui attingere capitali o forza lavoro per aumentare il proprio tornaconto personale. Non si deve cercare un nemico, il nemico esiste, è visibile, anche se tende al camuffamento, e va reso innocuo, sconfiggendo i privilegi con cui ricatta il mondo cui appartiene. Il conflitto è la strada ma l’obiettivo non è la guerra perenne come paventa Andreoli: io credo in un mondo in cui l’identità del singolo si caratterizzi nell’identità dell’altro che tende per istinto ad aiutare, non a distruggere. Trovarsi un nemico è sempre più facile che lottare perché nessuno sia più nostro nemico.


Michele Vaccari

Il tuo nemico

Frassinelli, 2017

290 p.

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