Tasse

La tassa sulla plastica: una misura per fare cassa senza una strategia industriale

Sulla "plastic tax" abbiamo chiesto l'opinione di chi la usa, produce, ricicla, scoprendo che una tassa esiste, è già aumentata nel 2019 e nel 2020 salirà ancora

Rifiuti di plastica

"Il provvedimento del Governo, relativo alla tassa sulla plastica (la "plastic Tax") non è solo discutibile in quanto tale, (è appunto una nuova tassa), ma è un provvedimento privo di fondamento logico, perché il problema non è combattere la plastica come materiale, ma combattere contro la plastica non raccolta, abbandonata e dispersa nell'ambiente. Si rischia così di criminalizzare un materiale, misconoscendone il valore, semplicemente per l’incapacità del governo e delle amministrazioni a gestire il problema rifiuti. Ci si sofferma sugli effetti e non si trattano le cause".

E' l'opinione dei produttori ed utilizzatori di plastica, soprattutto quella per alimenti, che leggono con preoccupazione le notizie riguardanti l'introduzione dell'ennesima gabella da un euro al chilo (1000 euro a tonnellata) a partire dal 1 giugno 2020.

Anche perché ad inizio anno c'è già stato un aumento significativo di quella che è la tassa sulla plastica esistente, e cioè il "Contributo Ambientale Conai"

Nel 2019 infatti, rispetto al 2018, il contributo è cresciuto, in maniera importante

Fascia 1 - (2018) 179 euro a tonnellata; (2019) 150 euro/tonn

Fascia 2 (2018) 208 euro a tonnellata; (2019) da 208 a 263 euro/tonn

Fascia 3 - (2018) 228 euro a tonnellata; (2019) a 369 euro/tonn

Ma c'è di più. Il Conai ha già stabilito un ulteriore aumento dal 1 gennaio 2020. Il costo medio delle tre fasce per la plastica salirà da 268 euro/tonn a 330 euro/tonn.

Nessuno può negare che il problema dei rifiuti abbia effetti evidenti e disastrosi sull'ambiente. Non serve ricordare i cumuli di spazzatura che deturpano in modo particolare alcune città come amplificato dai media. Le soluzioni però ci sarebbero, anzi ci sono. Ciò che manca e a cui il governo dovrebbe puntare nell’interesse del reale del Paese, è una vera informazione ed educazione sull’importanza del corretto smaltimento e del valore che si può derivare dai rifiuti plastici, recuperando e smaltendo correttamente la plastica. Si preferisce tassare, anziché informare, ed educare, scaricando l’inefficienza della raccolta e la gestione del problema, sulle spalle dell’industria della plastica, già colpita da pesanti contributi ambientali i cui frutti dovrebbero essere proprio utilizzati per favorire la ricerca scientifica e tecnologica.

L’Europa stessa ha definito una strategia "New Plastic Strategy" che prevede obiettivi di riduzione della plastica (50% entro il 2025, e 55% entro il 2030). Gli stati membri si stanno attivando per recepire la direttiva, con alcuni paesi quali la Germania che hanno già legiferato in materia incentivando al massimo il riciclo, riducendo quasi a zero il conferimento in discarica, (“landfill”), che è per tutti il fine ultimo.
E l’Italia come risponde? Scaricando il problema sulle aziende del comparto e alla lunga sui consumatori, che si troveranno a pagare costi maggiori, ritrovandosi poi magari a dover fare i conti con il fatto che la plastica risolve di fatto molti problemi, (come già è successo in alcuni esperimenti compiuti da alcune catene distributive che hanno dovuto buttare al macero intere partite di merce avendo eliminato il packaging plastico che le proteggeva) .

La plastica infatti, alla stregua di altri materiali, può essere un perfetto materiale circolare, se raccolto e non disperso nell’ambiente. Il pet delle bottiglie in plastica è già perfettamente riciclabile non solo dando vita ad altri materiali, quali tessuti o fibre, ma può ritornare bottiglia. Basta raccoglierlo. Non disperderlo. Questo dovrebbe essere insegnato anche nelle scuole, e spiegato ai consumatori, senza punirli o vessarli con tasse e balzelli: basta solo educare ma per educare bisogna conoscere. Il materiale, la filiera, le aziende.

C'è poi il discorso, spinoso, degli inceneritori. In Svizzera, ad esempio, esistono impianti di ultima generazione capaci di smaltire e sfruttare l'energia prodotta senza inquinare. Anche la plastica viene smaltita in questa maniera. L'Italia invece si ostina per mancanza di fondi ma anche di cultura, a scegliere questa strada accumulando rifiuti, problemi e spesso finendo con lo spedire il materiale all'estero a costi assurdi.

Il settore industriale delle materie plastiche, che oltre ad essere un’eccellenza italiana, con un indotto occupazionale che coinvolge circa 10.000 aziende con 150.000 addetti ed un fatturato di 40 miliardi di euro (dati Federazione Unionplast) è tra quelli più innovativi nell’ambito della ricerca di nuovi materiali e tecnologie per il riciclo, per il fine vita, un settore che rappresenta per il Paese un’importante voce di bilancio: siamo tra i principali esportatori con un indotto che riguarda non solo materiali, ma tecnologie di stampa, stampaggio e macchinari. Un comparto dove le innovazioni sono costanti, basti pensare che i materiali plastici si sono notevolmente alleggeriti nell’ultimo decennio, (un esempio sono proprio i flaconi o le bottiglie, che hanno visto una costante riduzione di peso e che oggi dispongono di un efficiente sistema di riciclo funzionante in tutta Europa).

In quest’ottica si è sviluppato poi l’imballaggio flessibile, nato proprio per rispondere all’esigenza della riduzione di peso: ha infatti un basso impatto ambientale, con un consumo di risorse minimo offre prestazioni e performance elevate, garantendo integrità di molti alimenti, dai secchi ai liquidi, ottimizzazione dei costi di logistica e grande funzionalità e sicurezza. Per questo l’imballaggio flessibile è in crescita, in molti settori e come tutto il comparto, anche l’imballaggio flessibile si è già mosso per sviluppare tecnologie e materiali in ottica di economia circolare che rendano cioè possibile e più facile il riciclo.

Interessante è il lavoro del Ceflex (www.ceflex.eu) un consorzio che raggruppa più di 150 stakeholders di tutta la filiera dell’imballaggio flessibile, (dai grandi produttori di resine, ai converter, ai brand, enti scientifici e di ricerca, associazioni, fino ai produttori di impianti di riciclo, ed ai riciclatori) il cui obiettivo è proprio quello di raggiungere la massima riciclabilità, e questo viene fatto attraverso la ricerca e la condivisione di sperimentazioni e progetti.
Tutto ciò dimostra che l’industria della plastica si è mossa prima dei governi e delle istituzioni con la ricerca, nella maggior parte dei casi autofinanziata, per dare vita non solo a materiali riciclabili e rinnovabili, ma per occuparsi del fine vita dei manufatti attraverso tecnologie di ultima generazione rispondenti ai criteri dell’economia circolare .
Pochi sanno che oggi esistono anche in Italia molti riciclatori già attrezzati per il riciclo meccanico, capaci di selezionare e riciclare manufatti e che il 15% della plastica proviene da economia circolare. La domanda di polimeri riciclati è salita del 3,1% nel 2018, ma occorre creare un mercato adatto a recepire imballaggi contenenti plastica riciclata sicuri, ma non solo. Sarebbe utile spingere in questa direzione con provvedimenti e sgravi fiscali a supporto.

Un capitolo a parte riguarda poi il riciclo chimico dove ci sono impianti e tecnologie all’avanguardia, con testimonianze nel Nord Europa, dove stanno per diventare operativi impianti di riciclo chimico integrato, capaci di trasformare i rifiuti plastici in oli attraverso sistemi di pirolisi e purificazione degli stessi.

Occorre quindi potenziare la ricerca scientifica, sostenerla anche a livello nazionale, con un vero piano per la transizione verso l’Economia circolare , incrementando il supporto alle aziende che innovano ed investono in tal senso.
Questa è la vera svolta sostenibile!
Parlare di plastica in senso generico, e demonizzarla, vuol dire non conoscere la realtà e non credere nel progresso scientifico e tecnologico, il che dovrebbe far riflettere sulla deriva di un paese che ha dato alla chimica premi Nobel e ora che pensa di risolvere il problema della plastica con tasse e divieti, mandandoci a comperare i prodotti alla spina.

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