Tasse

Il dilemma dell'Iva: blocco, aumento o rimodulo?

Il prossimo governo dovrà cercare di evitare l'aumento dell'imposta. Ma potrebbe anche provare a ridurre il numero di aliquote

euro

Guido Fontanelli

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Se il governo prossimo venturo non riuscirà a scovare i fondi necessari per scongiurare l’aumento dell’Iva, dal 2020 in poi i consumatori italiani si troveranno a spendere di più  (si ipotizza un rincaro annuo per famiglia di oltre 500 euro). È probabile che il nuovo esecutivo individuerà una soluzione per evitare una misura così impopolare e riesca a disinnescare le cosiddette clausole di salvaguardia.

Ma sarebbe anche giusto riflettere su un’eventuale rimodulazione delle aliquote Iva in modo da ridurre l’evasione (su questa imposta ce n’è tantissima) e da spostare parte del carico fiscale dalla tassazione diretta (come l’Irpef) a quella indiretta, come suggerito dall’Ocse e dal Fondo monetario internazionale. Una tesi sostenuta anche dallo stesso attuale ministro dell’Economia Giovanni Tria: “Come ho sostenuto da oltre un decennio e non da solo, ritengo che in Italia si debba riequilibrare il peso relativo delle imposte dirette e di quelle indirette spostando gettito dalle prime alle seconde. Si tratta di una scelta di policy sostenuta da molto tempo anche dalle raccomandazioni europee e dell’Ocse perché favorevole alla crescita e non si capisce perché non si possa approfittare dell’introduzione di un sistema di flat tax per attuare un’operazione vantaggiosa nel suo complesso”. Proviamo a fare il punto della situazione.

Le aliquote attuali

Le aliquote ora sono tre: del 4, del 10 e del 22%. Le prime due sono applicate su prodotti che vengono considerati di necessità. Per esempio, l’aliquota minima del 4% si paga sui prodotti di primaria importanza, soprattutto alimentari ma non solo: dagli agrumi al latte fino ai prodotti ottici passando per i giornali e la prima casa. L’aliquota del 10% si paga sui prodotti e servizi del settore turistico (alberghi, pizzerie, hotel, ristoranti), su alcuni prodotti alimentari (dall’acqua all’aceto finendo con le zuppe), e sulle ristrutturazioni edilizie. L’Iva al 22% è applicata su tutti gli altri prodotti e servizi.

Quanto pesa l’Iva

In totale il gettito tributario complessivo è stato di 522 miliardi nel 2018. L’imposta che rende di più è l’Irpef con 187 miliardi seguita dall’Iva con 133 miliardi. Complessivamente le imposte indirette, di cui l’Iva è la regina, rappresentano quasi il 15% del Pil. L’evasione sull’Iva è stimata in una quarantina di miliardi, una cifra enorme.

Di quanto dovrebbe aumentare

Facendo scattare nel 2020 le clausole di salvaguardia relative all'Iva, l’aliquota ordinaria è destinata a salire dal 22 al 25,2% dal 2020 (e poi al 26,5% dal 2021), mentre per quella al 10% si prevede un rialzo al 13%, sempre dal 2020. Il gettito atteso sarebbe di 23 miliardi nel primo anno. In particolare,

-l’aliquota IVA ordinaria (22%)  passerebbe
 al 25,2% dall’1 gennaio 2020 e al 26,5% dall’1 gennaio 2021 


-l’aliquota IVA ridotta (10%) passerebbe
 al 13% dall’1 gennaio 2020

Rimodulare

L'ipotesi di rimodulare le aliquote Iva è stata avanzata pochi giorni fa dallo stesso Tria in un’intervista al Corriere della Sera: “In Italia abbiamo delle distorsioni nei coefficienti Iva per cui si paga l’Iva ridotta al 10% su consumi non certo essenziali, tipici delle classi più abbienti. Sarebbe possibile fare una rimodulazione in modo tale da favorire consumi alimentari o consumi che toccano più le classi di reddito minore. In ogni caso la manovra che si sta studiando ha l’obiettivo di rispettare l’indicazione del Parlamento di evitare l’aumento dell’Iva”.

Ma come rimodulare le aliquote? Forse Tria ha in mente il lavoro del centro studi Nens di area centrosinistra (è stato fondato da Pier Luigi Bersani e Vincenzo Visco). Il Nens ha pubblicato nel 2018 un documento in cui si sollecita una riforma dell’Iva con la riduzione del numero di aliquote da tre a due: una del 4% e l’altro del 18,5%. In questo modo, secondo gli autori, si eviterebbero 5 miliardi di evasione.

“Le modalità di evasione dell'imposta” si legge nello studio “sono molteplici: mancata fatturazione, mancata dichiarazione di costi e ricavi fatturati, ricorso a fatture false... Ma un altro meccanismo ampiamente usato consiste nell'uso strumentale del ventaglio delle aliquote esistenti, dichiarando preferibilmente le vendite soggette alle aliquote ridotte, e gli acquisti ad aliquota ordinaria”. In sostanza un arbitraggio che permette di evadere un bel po’ di tasse. Quindi, in teoria, con un’aliquota unica di potrebbe eliminare questo tipo di evasione: “In tale contesto con un'aliquota unica intorno al 16,5% sarebbe possibile ottenere il gettito necessario per l'eliminazione della clausola di salvaguardia essenzialmente a carico dell'evasione e in misura limitata a carico dei consumatori”.

Tuttavia, ammettono gli autori, “tale soluzione sarebbe politicamente di difficile attuazione, soprattutto in relazione all'aumento dell'aliquota del 4% che si applica oggi al 95% dei beni alimentari, all'acquisto di abitazioni, alle prestazioni sanitarie e all'editoria. In conseguenza sarebbe utile adottare una soluzione intermedia mantenendo l'aliquota del 4% che continuerebbe ad applicarsi come adesso, e unificando le restanti aliquote ad un livello prossimo al 18,5% che assicurerebbe il gettito necessario finanziato per una quota rilevante da una riduzione dell'evasione da arbitraggio”.

Ipotesi interessante, quella di Nens. Ma di difficile applicazione: come potrà un governo debole piegare la resistenza dei settori economici interessati dall’aumento dell’aliquota dal 10 al 16,5%? Già si possono immaginare le urla di dolore del settore del turismo, per esempio...



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