Spesa pubblica, ora il taglio è d'obbligo

Riflessioni sulla politica economica del Governo Letta, dopo il decreto del fare, il decreto sul lavoro e la presenza-assenza del ministro Saccomanni

Filippo Patroni Griffi e Fabrizio Saccomanni, rispettivamente Sottosegretario alla presidenza del Consiglio e Ministro per l'economia (Credits: PAOLO CERRONI / Imagoeconomica)

Sergio Luciano

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La bolla surreale in cui vive l’Italia delle istituzioni da anni è tale per cui anche le cose più assurde sembrano normali. E il governo delle "larghe intese" di Enrico Letta sembra levitarvi all’interno perfettamente a suo agio. Un esempio poco economico ma molto metodologico: dice Letta in una lettera al Corriere della Sera che pur avendo deciso di redistribuire le deleghe della ex-ministra Idem anzichè nominare un nuovo ministro "non fa passi indietro" sulle pari opportunità. Un ossimoro puro.

Dice anche di non aver aumentato le tasse, grazie al rinvio di Imu e Iva. Come se non riconoscesse la grande differenza che c’è tra un rinvio e una cancellazione. E come se non capisse che aver chesto l'anticipo dell’acconto Irpef in un momento in cui i redditi imponibili della maggior parte dei contribuenti sono calati, com’è calato il Pil, significa indurre tutti a calcolare con maggiore attenzione l’entità del proprio impoverimento per pagare l’acconto congruo col reddito vero, cosa che la legge consente, e non quello presuntivo sul reddito dell’anno precedente, generando così un buco nei conti, semmai, e non un maggiore gettito.

In realtà, il governo delle larghe intese non è solo appeso a un filo politico precario ma, soprattutto, continua a non avere con sé una autentica legittimazione elettorale e quindi continua a praticare una tattica di corto respiro e di piccolissimi passi, attuando un'"ordinaria amministrazione" che risulterà nociva quanto una cattiva gestione.

Letta sta perdendo l’occasione di presentarsi in Europa con il fiore all’occhiello del rigore verso i parametri vigenti ma anche con l’energia vincente della proposta di cambiarli: perché è evidente a tutti, salvo ai tedeschi, che i parametri di Maastricht, firmati il 7 febbraio del’92, hanno fatto il loro tempo e denunciano tutta la siderale lontananza di cui patiscono dal mondo di oggi, nati come sono in un’epoca pre-globalizzazione. L’Italia avrebbe la storia, la credibilità culturale (se non politica) e il dovere quasi morale di farsi interprete e capofila di quest’ovvio concetto in Europa, come Paese leader della seconda fascia di Stati membri, e continua a rinunciarci.

Di "ordinaria amministrazione" si muore. Nello straordinario dissesto dell’economia italiana non si può continuare a simulare il governo a colpetti di cortissimo respiro. Anche perché - anche in questo caso con strana intonazione surreale - la Corte dei conti, massimo organismo pubblico di vigilanza contabile, continua a spiattellare periodicamente la verità, come farebbe il più polemico dei commentatori d’opposizione. Proprio ieri ha ricordato che la spesa pubblica fra il 2001 e il 2011 è salita di 197 miliardi: basterebbe dunque riportarla ai livelli del 2001, epoca in cui stavamo benone, assai meglio di oggi, per ristabilire tutti i parametri.

Perché non ci provano? Quella nauseante pantomima dei "costi standard" negli acquisti della Pubblica amministrazione, in base alla quale un ente pubblico può comprare non "al miglior prezzo" del mercato ma alla media dei prezzi, conservando così il diritto a una "modica dose" di intrallazzo, è stata archiviata senza effetti (che sarebbero stati comunque insufficienti) nella vita reale di Comuni, Regioni, Provincie. Con buona pace di quell’altro aborto di Stato che fu la "spending review" del governo Monti , continua a restare confinata in ambiti parzialissimi una delle poche aree efficienti della Pubblica amministrazione, cioè la Consip, e i risparmi spettacolari che le sue gare on-line consentono negli acquisti pubblici di beni e servizi restano privilegio di pochi virtuosi, mentre applicando su vasta scala criteri equi di oculatezza e trasparenza si potrebbero risparmiare più di 30 miliardi all’anno, e senza tagliare la qualità e la quantità dei beni acquistati.

Invece le teste titolate a comprare in nome dello Stato e con i soldi statali, in Italia, sono oltre ventimila: ciascuna lo fa a modo suo, senza reali controlli. E sperpera.
"Le imprese investano", ha detto Letta. Bene, ma dove? Forse in Canton Ticino, o in Carinzia, o in Slovenia, comunque all’estero, cioé dove conviene. E lì molte lo fanno. Ma cosa sta facendo il governo per incentivarle a investire qui in Italia?

E cosa sta facendo il desaperecido ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni? Perché non batte un colpo? Non lo sanno, non se lo dicono a bassa voce tra loro, che la disoccupazione cresce e le imprese chiudono e la povertà avanza? Essere economisti quotati significa non far nulla? Avere all’attivo una brillante carriera in Banca d’Italia significa essere economisti contemplativi?

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