Povertà: ecco i costi sociali, finanziari e psicologici per chi non ce la fa

L’ineguaglianza va studiata prendendo in considerazione effetti di lungo periodo

ineguaglianza

– Credits: iStock . BrandyTaylor

Stefania Medetti

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Sono passati due anni dall’uscita del saggio di Thomas Piketty “Il capitale nel XXI secolo” negli Stati Uniti. Lo ricorda The Atlantic che coglie l’occasione per ribadire la tesi del professore francese, secondo il quale la distribuzione della ricchezza è meno ugualitaria della distribuzione del reddito. La conseguenza è che la ricchezza cresce a un ritmo superiore al reddito e una piccola élite continua a ereditare la ricchezza. Piketty, dunque, ha acceso i riflettori sui meccanismi di accumulazione della ricchezza e sulle conseguenze future. In pratica, l’economista francese ha aggiunto al dibattito la variabile del tempo. Il risultato è quella che The Atlantic chiama “ineguaglianza totale” che non è una questione di reddito, anche se questo è importante, ma si riferisce alla somma di svantaggi finanziari, psicologici e culturali legati alla povertà. Per quanto i ricercatori non siano in grado di misurare l’insieme di questi svantaggi, è innegabile che spieghino il modo in cui la povertà si tramanda da generazione a generazione.

Tanto per cominciare, essere poveri è oneroso sotto molti punti di vista. I ricercatori fanno notare che non avere abbastanza soldi cambia il rapporto con la realtà in molte cose: per esempio, decine di milioni di americani che non posseggono un conto in banca devono pagare fino al 10% del valore del proprio assegno mensile per poterlo incassare presso agenzie che si occupano della transazione. Non possedere un conto in banca, inoltre, limita le possibilità di risparmiare e l’insicurezza economica impatta sulla stabilità delle relazioni. Conseguentemente, i figli di persone povere hanno molte più possibilità di crescere con un solo genitore e hanno meno opportunità di entrare al college, guadagnare uno stipendio superiore alle media nazionale e, a loro volta, hanno meno possibilità di mandare i proprio figli al college. Non solo, i bambini più poveri, rivela uno studio dell’Università di Berkley, tendono a ricevere meno incoraggiamenti in famiglia e da parte degli insegnanti che non li spingono verso l’eccellenza, a differenza di quanto avviene per i bambini delle famiglie benestanti.

L’ineguaglianza impatta anche sullo spazio fisico: non solo le persone meno abbienti si possono permettere spazi abitativi meno accoglienti, ma le distanze che devono percorre per andare al lavoro continuano a crescere: fra il 2000 e il 2012, il numero di posti di lavoro disponibili all’interno di una normale distanza di viaggio sono calati del 7%, allungando di conseguenza i percorsi di chi abita nei sobborghi. Anche i cosiddetti “effetti del vicinato” sono particolarmente forti: quando i bambini che vivono in case di edilizia popolare crescono, guadagnano gli stipendi più bassi e hanno meno accesso a lavori full-time, rispetto ai coetanei che vivono in altre tipologie abitative. E’ per tutte queste ragioni, dunque, che alcuni ricercatori sostengono che i costi dell’ineguaglianza andrebbero misurati sul lungo periodo.

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