Perché Wall Street boccia il settore delle armi

In Borsa crolla il valore dei produttori di pistole e fucili ma non per la recente campagna di boicottaggio

Wall Street

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Massimo Morici

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Wall Street dà l’addio alle armi? Se lo chiedono i mass media americani riflettendo sugli ultimi provvedimenti presi da alcune grandi istituzioni finanziarie USA dopo l'ultima sparatoria al liceo di Parkland in Florida. Decisioni non da poco: in gioco ci sono potenzialmente 845 ben miliardi di dollari investiti nell'industria delle armi.

Lo ricordava, tra gli altri, l'agenzia Bloomberg che ha acceso i riflettori sulle iniziative più significative a seguito della campagna di boicottaggio della lobby delle armi che sta prendendo piede negli USA: quelle della First National Bank, delle assicurazioni MetLife e di BlackRock, il più grande gestore di patrimoni al mondo, che vanta tra i suoi clienti i più grandi fondi pensione del Nord America.

Chi ha avviato la campagna contro le armi

La campagna per boicottare la libera vendita di armi negli USA (#boycottNRA) è stata lanciata da un ex regista attivista, Michael Skolnik, che ha pubblicato una lista di aziende, tra cui nomi noti del noleggio auto, logistica e del mondo della sicurezza in internet, che favoriscono i soci della NRA.

A seguito della campagna di sensibilizzazione, i media americani stanno cominciando a monitorare il cambio di atteggiamento in Borsa nei confronti di un settore da grandi numeri - dal 2008 al 2016 ha visto più che raddoppiare il proprio giro d'affari passando da 19 a oltre 51 miliardi di dollari (i dati sono della NSSF, l’associazione delle società che producono armi sportive).

Le reazioni delle banche e dei fondi

First National Bank ha deciso di non rinnovare il contratto con National Rifle Association, la potente lobby che sostiene il diritto di armarsi, per l'emissione di carte di credito Visa col marchio NRA, mentre MetLife ha annunciato che offrirà più ai membri della NRA polizze casa e auto a prezzi scontati.

BlackRock, invece, ha annunciato di avviare procedure interne per eliminare le società legate alle armi dai portafogli di investimento dei clienti più attenti alla finanza etica. Ma, appunto, è un annuncio e, tra l'altro, questa è una pratica che già in uso tra i gestori di patrimoni. Il colosso dei fondi, tuttavia, ha invitato più volte negli ultimi anni il management delle grandi corporation americane a seguire buone pratiche in campo ambientale, sociale e nella amministrazione delle aziende.

Stiamo parlando di un investitore che gestisce 6.000 miliardi di dollari per conto di clienti istituzionali e privati, di cui 200 miliardi di dollari investiti direttamente in società che operano in settori "caldi" dal punto di vista etico-ambientale.

I dubbi degli investitori

Non è semplice, infatti, per i grandi gestori di patrimoni adottare criteri per escludere dal proprio basket di investimenti tutte le aziende "non etiche": lo si fa, in genere, quando a chiederlo esplicitamente sono alcuni clienti, come i fondi pensione.

Ora, a seguito della campagna, alcuni esperti di Wall Street si chiedono se gli investitori privati o istituzionali decideranno di uscire una volta per tutte da questo settore. Qualcuno, per la verità lo sta già facendo: nonostante al governo ci sia un presidente certo non ostile all’industria delle armi, i produttori di pistole e fucili non stanno certamente brillando a Wall Street.

L'elezione di Trump, un boomerang

Come faceva notare il Washington Post alcuni giorni fa, dall'elezione di Trump nel novembre 2016 i tre maggiori produttori (American Outdoor Brands, Vista Outdoor e Sturm, Ruger & Co.) hanno visto crollare il proprio valore di Borsa, con American Outdoor Brands giù di oltre il 50 per cento.

Motivo? Paradossalmente le vendite, i profitti delle società e il loro valore in Borsa, sotto l'era Obama erano saliti bruscamente, quando gli appassionati di armi temevano che il governo avrebbe aumentato le pressioni e i controlli sul settore. Con Trump, fanno notare gli esperti, sta accadendo esattamente il contrario.

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